Pindaro ispira Camilleri

L’ode a Mida raccontata in La pensione Eva

 

Camilleri non è nuovo nel desacralizzare classici venusti e vetusti, citandoli nei suoi straordinari romanzi. Ne La pensione Eva, il greco stesso è oggetto di divertite attenzioni dal momento che il terribile studente Jacolino, che fino a qualche tempo fa di greco e di latino ne capivi quanto ne può capire, che so, una vacca, o meglio, una cacca impara a perfezione quelle difficili grammatiche dopo un ciclo di ripetizioni tenutogli da una prostituta.

Il fascino nel passato aleggia però nelle aule di quei lontani ginnasi: all’inizio del quarto capitolo, Prodigi e miracoli, Camilleri scrive così: Una matina, alla scola, la professoressa di greco liggì e spiegò un’ode che Pindaro aveva scritto per un montelusano, che di nome faceva Mida e che aveva vinto i jochi pitici suonando il flauto. A questo Mida era capitato, mentre faceva la gara, che gli si era rotta la linguetta dello strumento, ma lui non si era perso d’animo: girato il flauto, lo aveva trasformato in zufolo e aveva continuato vincendo la gara.

Questa storia addrumò la curiosità di Nenè (il protagonista), gli fece veniri la gana di sapere com’era Montelusa ai tempi dei greci e dei romani.

Affascinata dal riferimento fresco e immediato, sono corsa a rileggermi la dodicesima Pitica (probabilmente interpolata), che qui vi ripropongo nella versione di Bruno Gentili

Questa corona da Pito

Per Mida illustre,

e lui stesso vincitore dei Greci

nell’arte che un giorno trovò,

intrecciando il funereo lamento

delle violente Gorgoni, Pallade Atena;

 

dai loro capi di vergini

e dalle testa inaccessibili dei serpi

ella l’udiva strillare

con luttuoso travaglio,

quando la terza parte

delle sorelle Perseo eliminò

recando rovina

 

A Serifo marina e al suo popolo

Così fiaccò la stirpe mostruosi di Forco

e volse in lutto Polidette

il convitto e il costante servaggio

della madre e l’imposto connubio

poi ch’ebbe rapito

il capo di Medusa dalle forti gote

 

 il figlio di danae che nacque, si dice,

dall’oro che piovve spontaneo

Ma quando da queste fatiche

ebbe salutato l’eroe diletto,

una melodia compose

con tutte le voci dell’aulo,

per imitare con lo strumento

il lamento sonoro scaturito

dalle mascelle frenetiche di Euriale.

La dea la trovò e trovatala

Ne fece dono agli uomini mortali

la chiamò aria dalle molte teste,

glorioso incentivo alle gare

che adunano il popolo.

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