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Sul lettino dello psicanalista

Le nevrosi dei greci

Sul lettino dello psicanalista

Le nevrosi dei greci

Uomini nevrotici, introiettati in sé, paranoici, in Grecia non c’erano.

Esistevano, certo, i folli, che, lungi dal venir rinchiusi nelle case di cura, erano considerati protetti degli dei, che avevano infuso in loro la divina mania, il solo modo concesso ai mortali per essere felici.

La società, però, non conosceva però le angosce della contemporaneità: la solitudine, e con lei la tendenza a rimuginare, era bandita in una cultura face to face, dove la vita, complice anche il clima proprizio, si svolgeva in piazza, tra la gente.

C’erano poi le tragedie a svolgere negli spettatori un ruolo catartico: assistendo alle grandi disgrazie dei protagonisti tragici, gli uomini si purificavano dagli impulsi negativi con l’immedesimazione nelle scelte violente (e nelle relative punizioni) degli attori sul palcoscenico.

Eppure, buona parte della moderna psicanalisi attinge al mondo greco per identificare nevrosi o complessi. In un libro davvero illeggibile di Corinne Maier, Buongiorno lettino (che non è, come suggerito nella seconda di copertina, una intelligente parodia della psicanalisi, ma una noiosa riesposizione, molto banalizzata, delle ardite teorie di Jacques Lacan ), la storia e la mitologia greche vengono seviziate, volgarizzate e fraintese nel tentativo di far incarnare nei nobili panni di Alcibiade, Antigone ed Edipo i mediocri problemi di anonimi individui contemporanei.

Da un autrice che liquida la straordinaria parabola umana di Cesare come un generale romano ribelle che, oltrepassando niente di più che un fiumiciattolo, divenne un personaggio storico non ci si può aspettare molto, ne convengo, e tuttavia il travisamento operato dalla Maier sull’intero Simposio di Platone grida vendetta.

Dunque, il bell’Alcibiade respinto dal poco avvenente Socrate diventa il capo di una riunione di checche e il discorso del più grande filosofo del mondo è umiliato come pettegolezzo di una vera portinaia.

Naturalmente, neanche il dramma di Medea può essere salvato dall’umorismo fuor di luogo dell’autrice: lo strazio della donna e della sua condizione di straniera è ridotto alla crisi di una casalinga che non sa più stuzzicare gli appetiti sessuali del marito e si ribella distruggendo la causa principale del suo sfiorire, i figli.

Simili banalizzazione offendono ugualmente il senso del dovere di Antigone e la violenza del destino di suo padre.

Eppure, questo libro, appena edito dalla Bompiani, sarà un bestseller come lo fu, senza merito, il precedente Buongiorno pigrizia.

Se si ripubblicassero invece le opere originarie in una traduzione possibile, se si avesse il coraggio di rinunciare alle ardite similitudini tutte greche che possono infastidire il lettore contemporaneo e di accantonare per un attimo quei termini dotti che rendono incomprensibile ogni trasposizione dal greco, forse anche chi non può vantare studi classici potrebbe attingere all’inesausto patrimonio antico senza simili, orrende, mediazioni.