Un armistizio

Versione assegnata alla maturità classica del 1968 (prima sessione)

Nell’anno di tafferugli e disordini che cambiò indelebilmente la scuola italiana, quando, tra scioperi e rivolte, fu messa in dubbio l’essenza stessa dell’educazione ministeriale e gli studenti reclamarono un ruolo più attivo in politica e meno contemplativo rispetto al classico, si giunse alla maturità in clima di profonde tenzioni.

La scelta del testo da tradurre non fu dunque casuale: paratattico come quasi mai in Tucidide, lessicalmente povero, addirittura fastidioso nelle ridondanze proprie del lessico giuridico, il breve brano tratto dalla guerra del Peloponneso, propone un armistizio e, nei suoi contenuti irenici, si attaglia perfettamente al contesto sociale di riferimento.

Eccola: Ateniesi, Spartani e alleati stipularono patti di pace a queste condizioni e porsero giuramente città per città. Riguardo alle cose sacre comuni, (stabilirono) di poter uscire in pellegrinaggio tranquillamente sia per terra sia per mare. Che il santuario e il tempio di Apollo a Delfi e tutta Delfi fossero autonomi sia per la tassazione sia per le leggi (nel testo greco, compaiono due aggettivi, in accusativo perché parti nominali in una proposizione oggettiva, intraducibili senza perifrasi in italiano: autoteleis e autodikous, ossia “che si amministrano autonomamente per le finanzie e per il diritto) su di loro e sulla loro terra secondo le tradizioni partie. E che ci fosse un armistizio cinquantennale tra gli ateniesi e i gli alleati degli ateniesi e gli spartani e gli alleati degli spartani, senza imbroglio e senza danno per terra e per mare. Non sia lecito che portino armi con intenzioni ostili gli Spartani ed i loro alleati contro gli ateniesi, né gli Ateniesi ed i loro alleati contro gli spartani, con nessuna arte e tecnica.

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