
Orazio, con la sua Venere facile, mi aveva tratto in inganno.
Mi ero convinta che per Epicuro, di cui il grande latino si professa seguace, il divertimento tra le coperte, se non sovraccaricato di pathos e di passione, fosse non solo consentito, ma addirittura incentivato.
Ieri mi sono avvicinata ad una raccolta dei frammenti epicurei rinvenuti ad Epicuro e sono stata amaramente disillusa a riguardo. Quando Lord Chesterfild, in L’educazione di un gentiluomo, liquidò l’amplesso sostenendo che la posizione è ridicola, il piacere effimero, la fatica tanta, probabilmente trasse ispirazione dalle severe massime del filosofo ellenista.
Dagli Epicurea dell’Usener leggo (fr.62) che il rapporto carnale (synusie) non giovò mai; ed è già lodevole (agapetòn) se non fece danni.
E ancora, dal codice Vaticano (fr.18): Tolte la vista, la conversazione, il contatto (synastrophès, in genitivo assoluto) svanisce il desiderio d’amore.
Per tutti questi motivi, conclude, in tono sentenzioso, il fr. 80: Per un uomo nobile d’animo la sola possibilità di salvezza (sta nella) sorveglianza della propria giovinezza e nella protezione da ciò che insudicia (molynonton) tutto attraverso desideri assillanti (oistròdeis)
Effettivamente, Epicuro era stato molto chiaro sulla sua idea di piacere da perseguire nella Lettera a Meneceo, 132, in cui si esplicita che “Quando noi diciamo che il fine è il piacere, non intendiamo i piaceri dei dissoluti o in generale quelli consistenti nella fruizione delle cose esterne [ ] ma il non soffrire dolore nel corpo e il non aver turbamento nell’animo. Non simposi e feste ininterrotte, non godimenti (apolauseis) di fanciulli e di donne, né pesci o altro che è offerto dalla tavola sontuosa, generano la vita piacevole, ma sobrio raziocinio che indaghi le cause di ogni elezione e di ogni fuga e discacci le opinioni, causa alle anime dei maggiori scompigli. (trad. di Carlo Diano)

Benedetta Colella








