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Dopo il suicidio di Otone

Versione assegnata per la maturità classica 1964

Plutarco è un maestro del pathos, che spesso, nelle sue Vite, si concentra sul dolore e sul compianto unanime. In questa versione, si piange il secondo dei quattro imperatori fantoccio del 69 d.C., quell’Otone già noto per aver impalmato Poppea e per averla ceduta a Nerone in cambio del proconsolato in Lusitania.

Avendo i servi innalzato il lameto, il compianto avvolgeva tutto l’accampamento e la città; anche i sodati si gettavano alle porte con grida e si lamentavano, avendo sofferto e biasimandosi per non aver vegliato sull’imperatore e di non aver impedito che morisse per loro.

Nessuno di loro si astenne, sebbene i nemici si trovassero vicino, ma, avendolo ornato nel corpo e avendo preparato la pira funebre, o accompagnarono in armi quelli che, piegatisi, furono orgogliosi di sollevare e trasportare il feretro.

Fra gli altri, alcuni, gettatiglisi addosso, baciavano la ferita del morto, altri toccavano le mani, altri ancora si inchinavano da lontano. Alcuni, dopo aver messo le torce sotto il rogo, si suicidarono.