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Anche se non sei tu

Piera Rossotti dà voce ai sentimenti di Penelope

Un classico è un libro che non smette mai di dirci qualcosa e che, mai superato, mai obsoleto, è fonte di riflessione, diletto, integrazione. La ricezione moderna dell’antico crea nuovi scenari per questioni antiche, in un gioco di specchi fra fonti, autori e lettori.

Navigando sul web mi sono imbattuta in un pregevole racconto della prof.ssa Piera Rossotti e vorrei qui riproporvelo. Eccolo:

Camminava davanti a Ulisse e andava su in alto, oltre la zona dei fichi e degli ulivi, dove il vento di mare era ardente come un fiato e l’ avvolgeva facendo danzare la sua tunica di lana bianca e leggera, ora incollandola al corpo, ora allontanandola, gonfiandola come una vela, quasi la volesse strappare via, per portarla lontano e confonderla con gli stormi di gabbiani. Il sudore della lunga salita si era subito asciugato e Penelope si sentiva fresca e leggera, mentre osservava le isole lontane, bianche come grumi di latte sulla prateria marina.
Guardò Ulisse, che volgeva le spalle ad una distesa luminosa di ulivi. Vedeva bene la fitta rete di rughe intorno ai suoi occhi che per vent’anni avevano scrutato il mare colmi del desiderio di Itaca e la pelle che il sole e la salsedine avevano trasformato in una scorza scura. Erano soli, perciò osò mettergli un braccio intorno al collo e baciarlo sulle labbra, dure e un po’ ruvide. Sapevano un gusto aspro di cipolla le labbra di questo Ulisse, quelle della giovinezza che lei ricordava erano dolci e morbide come un frutto maturo. No, questo non era più l’uomo di vent’anni prima. Neppure lei era più la stessa, del resto. Lo sapeva anche nel sogno.
Passando per il podere di Laerte aveva raccolto qualche fico, che ora teneva in un involto di foglie, nella piega del peplo. Ulisse aveva piantato da ragazzo gli alberi che portavano quei frutti, aveva dato un nome a ciascuno di loro, ma il destino non gli aveva permesso di diventare un re contadino come suo padre. Diverso era stato il volere degli dèi.
Ora vedeva se stessa e Ulisse da un punto di vista esterno, in piedi contro il cielo e il mare confusi in un unico azzurro, con il vento che faceva schiumare la cresta delle onde e intrecciava una danza frenetica con i gabbiani. L’aria densa di salsedine le entrava nei polmoni. Si vide estrarre un fico dall’involto. La buccia, viola scuro e vellutata, appena rugosa per tutto il sole assorbito, si aprì docilmente sotto le sue dita per lasciar esplodere l’anima rosata e traslucida che racchiudeva, promessa di dolce energia. Divise il fico a metà e seppe subito che era come lei. Anche lei aveva aspettato tanto, serbando dentro di sé le sue dolcezze, velandosi di scuro per tener celato il suo animo, ma ora era pronta a donarsi di nuovo ad un uomo. Con un gesto lento, da sacerdotessa che compie un rito, vide se stessa offrire sul palmo della mano una metà del frutto ad Ulisse, che tese il braccio verso di lei con un sorriso grave, a cogliere l’offerta di un’unione nuova, che poco aveva a che fare con il passato.
Neppure dal suo punto di vista esterno, Penelope seppe dire di dove fosse venuta l’aquila. Avvertì però chiaramente che il fico le veniva strappato di mano da un artiglio e sentì sul palmo il bruciore di un graffio, mentre ancora la mano di Ulisse si tendeva verso di lei, vicinissima e vuota.