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Chi vuol essere felice coltiva la virtù e fugge i vizi

La versione della maturità classica del 1980

La ricerca della felicità è alla base della speculazione filosofica antica; i filosofi antichi concordano nel negare ai beni materiali la chiave di accesso alla gioia, che invece si annida nelle piccole cose.

Platone, nella versione proposta agli studenti del 1980, porta avanti un ragionamento aporetico: è felice chi è saggio, non lo è chi è malvagio. Magari ci fosse questa giustizia etica! L’evidenza empirica dimostra esattamente il contrario.

Ecco, comunque, la traduzione:

Il saggio, che è giusto e coraggioso e pio, è un uomo pienamente buono: e il buono fa in maniera accurata e soddisfacente qualunque cosa faccia e chi agisce bene è beato e felice, mentre è sventurato il cattivo e chi agisce male: costui sarebbe chi si comporta in maniera contraria al saggio, il dissoluto.

Io mi pongo come principio queste cose e affermo che queste cose sono vere: se è vero che chi vuole essere felice deve seguire ed esercitare (attenzione agli aggettivi verbali) la virtù, e deve fuggire la dissolutezza quanto più ciascuno possa e deve provvedere a non aver per nulla necessità di essere punito, se lui o un altro dei suoi familiari o la sua città ne avesse necessità deve porre la giustizia e armonia, se vuole essere felice.

Questo mi sembra essere lo scopo guardando al quale si deve vivere: che tutte le cose proprie e quelle della città, tendendo insieme al fine che giustizia e saggezza assistano chi ha intenzione di essere beato, agiscano così, e che le passioni non siano sfrenate e non aiutando ad appagarle, male senza fine, vivendo la vita del lestofante.

Un uomo simile non potrebbe essere accetto né ad un altro uomo né al dio; è incapace di vivere in comunità; per l’uomo al quale non è possibile la convivenza, non potrebbe eserci amicizia