La morte della Pizia

Un dissacratorio libello di Friedrich Durrenmatt

Solo la non conoscenza del futuro ci rende sopportabile il presente, sostiene Durrenmatt.

Preoccuparsi, però, è prerogativa degli uomini, votati spesso al pessimismo e suggestionati da arcani voleri di divinità eterogenee che irridono la pochezza intellettuale degli uomini con segnali interpretabili solo ex post.

Nell’ossessione greca per le profezie, si mischia ad un generico horror vacui la preoccupazione per l’ostilità di numi capricciosi e tirannici, i cui voleri imperscrutabili condizionano l’agire dell’uomo.

La Pizia e Tiresia sono manifestazioni di due diversi modi di profetizzare: l’una con irriguardosa insolenza, con capriccio, fantasia, arroganza; l’altro con fredda premeditazione, con logica ineccepibile, con razionalità.

Entrambi, secondo Durrenmatt, hanno sperato di portare la timida parvenza di un ordine, il tenue presagio di una qualche legittimità nel truce, lussurioso e spesso sanguinoso flusso di eventi dai quali si è travolti proprio perché ci si sforza di arginarli.

La storia di Edipo, resa ininterpretabile da mille agnizioni e da improvvisi colpi di scena, dimostra come la vita dell’uomo greco sia stata condizionata dalle capricciose profezie degli oracoli, spesso prezzolati da consiglieri fraudolenti, talvolta estrose intuizioni di professionisti della truffa.

Demitizzato così l’intrico tra dei ed uomini, l’intero serbatoio mitologico classico ci appare popolato di personaggi di indescrivibile immoralità: prosaicamente, Durrenmatt pensa a quel beone di Prometeo che preferisce attribuire la sua cirrosi epatica alle aquile di Zeus piuttosto che all’alcool o all’insaziabile ingordigia di Tantalo che esagera a dismisura il supplizio che gli procurano le normali restrizioni dietetiche alle quali è temuto chiunque sia malato di diabete.

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