Platone e il suo falsario

La paternità delle Epistole del Corpus platonico

 

 

Il mondo greco non aveva il culto dell’autore: era l’opera a far parlare di sé e poco importavano le vicende biografiche dei suoi compositori, meri strumenti nelle mani di Muse ispirate e ossessive.

La serietà con cui vengono tramandati aneddoti chiaramente strumentali (Euripide dilaniato dalle donne o, peggio, sbranato da una muta di cagne, Eschilo colpito da una tartaruga scaraventatagli sul cranio calvo da un’aquila distratta) dimostra, però, la curiosità dei posteri rispetto ad eventi biografici ricostruibili solo attraverso il filtro parodico della commedia o riferimenti autoschediasti che appartengono alla fantasia più che al vissuto di un autore.

Le Epistole di Platone sono la prima opera greca in cui un autore (schivo fino all’eclissi nei dialoghi incentrati su un Socrate sempre più manipolato dalle idee dell’Accademia) compare in prima persona a raccontare momenti quotidiani della propria non anonima esistenza.

Sull’autenticità delle lettere, si sono espressi, con perplessità di volta in volta più accese, diversi studiosi rinascimentali, illuministi, romantici e contemporanei.

Personalmente, non mi sembra che sciatterie stilistiche e banalità filosofiche possano far escludere la paternità platonica, come, invece, parrebbe pensare la critica contemporanea che ipotizza la costituzione di un corpus disomogeneo, fatto di un nucleo originario (almeno VII e VIII lettera) contornato di superfetazioni posteriori, etichettate come tali solo in base a criteri stilistici.

Le epistole ciceroniane ci dimostrano, invece, come, rivolgendosi agli amici, si possa utilizzare un tono sbrigativo e colloquiale, del tutto avulso dallo stile roboante e suadente con cui si ornano gli scritti destinati alla stampa.

 

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