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Canfora commenta la versione della maturità

L'opinione di un esperto sulla versione di Plutarco

Confesso.

Della versione assegnata per la maturità quest’anno non mi sono interessata affatto: non ho letto il testo, non ho fatto sondaggi sulla difficoltà, non mi sono neppure accorta che frotte di studenti affrontavano un brano di Plutarco, tratto dal De Tranquillitate Animi, 475, D-E. Non ero nelle condizioni di spirito per farlo e me ne scuso con voi.

Vi riporto, però, l’opinione espressa a riguardo da Luciano Canfora sul Corriere della Sera del 23 giugno 2006.

Di anno in anno ripetiamo i medesimi suggerimenti, fiduciosi nel motto
veritiero «gutta cavat lapidem». Perché non hanno scelto di ritagliare
meglio il brano da far tradurre? Il brano non era particolarmente semplice.
Forse sarebbe stato bene incominciare due righi più su, ed avviare il
ragionamento dal giusto punto di partenza, che è il seguente: «La Fortuna
può anche portarci via tutto il resto, ma resta tuttavia in noi qualcosa che
“nemmeno gli Achei” potrebbero portarci via».

Questa premessa aiuta a meglio comprendere il successivo svolgimento, incentrato appunto sulla distinzione tra ciò che - di noi - è vulnerabile (o «depredabile») e quanto invece è
inattaccabile, inalienabile, indistruttibile. E cioè il tesoro mentale che è
in ciascuno dei viventi, e che - nonostante i colpi della fortuna - ci
conduce alla «virtù». Il presupposto di questo modo di vedere le cose è
molto antico. È, si potrebbe dire, il problema della libertà.

La domanda di partenza era: siamo totalmente asserviti alla capricciosa e talvolta
incomprensibile volontà degli dei o vi è qualcosa, in noi, al riparo dall’
arbitrio delle entità che ci trascendono delle quali la «fortuna» è, per
così dire, l’ emblema? La risposta, impregnata di laica fierezza, che alcune
correnti di pensiero davano a tale quesito era, per l’ appunto, che la
libertà intesa nel senso più alto, la libertà intimamente radicata in noi,
non la banale «facoltà di agire a piacimento», sussiste e non si intacca
nemmeno in chi è ridotto in catene.

Questa nozione alta della libertà -presente anche in uno scrittore politico come Demostene - non è stata
pienamente intesa né valorizzata. Essa turbò per secoli la parte più viva
del pensiero cristiano. Il quale infatti si pose la questione dell’
inconciliabilità tra onnipotenza divina e libertà. Allo svolgimento
plutarcheo che è stato scelto come prova di traduzione fa dunque da sfondo
una presa di posizione che fu caratteristica del pensiero stoico, la cui
formulazione estrema è nel celebre «paradosso degli stoici»: solo il saggio
è libero. Ma di questo «paradosso» si può dare invece una versione più
combattiva e per nulla inerte, quella del capitolo XXV del Principe,
intitolato per l’ appunto «Quanto possa la Fortuna nelle cose umane e in che
modo se li abbia a resistere». Scrive lì il Machiavelli le celebri parole
che ogni politico dovrebbe sapere far proprie: «Perché el nostro libero
arbitrio non sia spento, iudico poter esser vero che la fortuna sia arbitra
della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’ altra
metà». E prosegue osservando, col consueto spirito beffardo e battagliero,
che la fortuna «dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a
resisterle». Del che - conclude - le sventure d’ Italia costituiscono un
esempio ed una riprova.”