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L’achilleo Del Piero. Lippi, il crudele Agamennone

Citazioni e sviste ai margini del Mondiale

A dimostrazione che i soldi spesi con CEPU qualcosa hanno fruttato, un avvilito Del Piero, alla vigilia della partita Italia- Ghana, si è paragonato ad Achille, forzosamente estromesso dalla battaglia per duri contrasti con un basileus onnipotente: Lippi/ Agamennone.

Ora, se è vero ciò che si domanda Alberto Piccinini nel suo Figu Mundial. Mitografie del calcio d’oggi e cioè che «Quando si pensa così bene con i piedi, che bisogno c’è di farlo con la testa?», è vero anche che qualche bacchettata sulle dita stavolta Del Piero la merita proprio.

Marcello Lippi, che certo per arroganza e sussiego eguaglia il re degli Achei, si trova a dover tamponare un attacco che fa acqua da tutte le parti attraverso una staffetta tra Francesco Totti, il factotum della Roma, show man, scrittore di bestseller, presenzialista occhiuto e acuto, e Alessandro Del Piero, di professione testimonial pubblicitario.

Ogni volta che l’uno dei due gioca, la tifoseria infuriata invoca l’altro perché l’orgoglio nazionale ci vieta di ammettere che entrambi, allo stato attuale delle cose, sono braccia sottratte all’agricoltura e sono solo gli eroismi dei difensori ad averci risparmiato il volo del ritorno in Italia.

Nell’Iliade, i Greci attaccavano davvero e avevano cinto d’assedio una Troia eroica, ma votata dagli dei all’olocausto.

Tutto si può dire alla nostra squadra, tranne che stia applicando una politica di gioco aggressiva: chiusi nella propria metà campo, cercano come possono di schivare le offensive avversarie e attendono il miracolo come i troiani invocavano (invano) l’intervento risolutivo delle divinità.

Lo sdegno di Achille, che lo porta a ritirarsi dalla battaglia, è dovuto alla tracotanza di Agamennone, che, dovendo rinunciare alle sue spoglie opime, si appropria di quelle di Achille, forte del suo potere e della sua arroganza.

Del Piero, invece, non sta in panchina sua sponte: è l’allenatore a confinarlo in riserva (il perché è evidente ogni volta che entra in campo a perder palle e a mangiar gol), senza tuttavia privarlo dei vantaggi economici della battaglia (stipendi, prebende, notorietà).

La sua ira si spegne al primo cenno del mister: l’ingresso in campo, quello sì, provoca il panico negli avversari atterriti dalla fama che precede l’achilleo Del Piero, ma si impiega poco a capire che sotto la sua armatura si nasconde Patroclo e che di vulnerabile, in lui, c’è ben più di un tallone.