
E’ finalmente approdato in Italia il primo romanzo di Dan Brown, Crypto (Digital Fortress), che passò inosservato al momento della sua pubblicazione nel 1998, e che è stato riesumato e tradotto in tutto il mondo dopo lo strepitoso successo di Il codice da Vinci.
Il colpo di scena finale è assolutamente lo stesso che mi stupì in Profondo blu di Jeffery Deaver , anche se la dinamica dei due libri è molto diversa.
E’ innegabile che Dan Brown conosca i giusti ritmi della narrazione: alterna elementi tecnici, nuances gialle e rosa, brividi di avventura, riferimenti letterari, scene del crimine, protagonisti e antagonisti in un appetitoso minestrone che lascia il lettore incollato alle sue pagine.
Un breve capitolo e ti trovi al centro del NSA, un altro e sei in Spagna sulle tracce di un anello misterioso, un altro e sei proiettato nei riti e nel credo giapponese.
Ti convinci dell’assoluta buonafede di un personaggio e un colpo di scena te lo svela ipocrita e corrotto, salvo poi godere di un riscatto in extremis che getta ombre sul beniamino di turno: in questa saga senza né buoni né cattivi, né sciocchi né geni, il lettore è trascinato come in un vortice.
Il nodo della questione è un dilemma di grande attualità: libertà o sicurezza? E’ preferibile salvaguardare la privacy individuale, anche se ciò può favorire malavita e terrorismo o rassegnarsi ad essere spiati da un occhiuto Grande Fratello che però ci preserva da colpi organizzati?
E, se c’è bisogno di un controllo, quis custodiet ipsos custodes, chi custodirà i custodi, come si ripete in un tormentone tratto di peso dalle Satire di Giovenale?
La crittologia è una scienza antichissima, portata a perfezione già ai tempi di Cesare, che era solito scomporre i suoi messaggi, decrittabili solo tramite appositi cilindretti di cui aveva preventivamente munito i destinatari. Nel libro, si scandagliano le più sofisticate tecniche elettroniche di controllo dei dati. Quanto sia credibile ciò che dice, non so.
Dan Brown spaccia per verità rivelate semplici ipotesi: ad esempio, riconduce al Rinascimento spagnolo il conio del termine sincero già abbondantemente attestato nel latino classico o ancora pasticcia con i riti della Chiesa e con la topografia di Siviglia.
Del resto, manifesterà la stessa incompetenza e gli stessi toni fastidiosamente detrattivi descrivendo l’Italia in Angeli e demoni
Non escludo che usi la stessa disinvoltura per questioni più tecniche che non so verificare: come al solito, dunque, bisogna leggere il romanzo con beneficio di inventario, senza cercare a tutti i costi una morale, per il puro piacere di confrontarsi con un testo ben scritto, molto piacevole e per nulla impegnativo.

Benedetta Colella








