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Una risposta pepata.

Senofonte umilia lo sconsiderato Apollonide (Anabasi, III, 1, 26- 31)

C’è sempre, in ogni gruppo, un debole che, incapace di concepire azioni autonome, si ostina ad appoggiarsi ad enti esterni, senza accorgersi di ipotecare il proprio benessere a vantaggio di quello altrui.

Nella nostra società, ormai, il lavoro, inteso come pratica produttiva, sta morendo, soffocato da agenzie di distribuzione, consulenza, mediazione con cui sostenersi per rapportarsi all’utenza finale.

Nell’orrore per un’autarchia di fascista memoria, il lavoro viene frazionato e livellato, scompattato e decentrato finchè una serie inquietante di lenoni e mediatori ne soffoca il naturale svolgimento.

Anche nell’Anabasi, il gruppo di mercenari greci, smarriti, sgomenti e incerti, ha cercato di appoggiarsi al Re persiano ed è stato disilluso e tradito. Ora, Senofonte, rompendo ogni indugio, vorrebbe mettersi a capo delle truppe.

Il suo è un discorso sincero e coraggioso: Lui disse queste cose e i capi, dopo averlo ascoltato, lo esortarono tutti a prendere il comando, tranne un certo Apollonide, che parlava in dialetto beotico. Costui disse che dà fiato alla voce (flyaroie) chiunque sostenga che ci sia altra salvezza che guadagnare alla causa il Re, se ne sono capaci, e subito cominciava ad elencare le difficoltà. Ma Senofonte, avendolo interrotto, lo apostrofò: “Uomo ineffabilissimo, tu conosci senza vedere e ricordi senza ascoltare. E certo eri fra noi in quella situazione, quando il re, dopo che Ciro morì, insuperbendosi, ci ordinava, mandando a riguardo (un’ambasceria), di deporre le armi. E poiché noi, quando arrivammo fino a lui, ci schierammo armati, giacchè non ci smobilitammo, che cosa non fece, mandando ambasciatori e chiedendo patti di pace e offrendo viveri, finchè non ottenne accordi scritti? E quando gli strateghi e i capi andarono, proprio come consigli tu, agli incontri con loro senza armi, dato che si fidavano dei patti stipulati, non furono percossi, angariati, ingiuriati e non potettero neppure morire, gli sventurati, anche se, credo, lo desideravano ardentemente.

E tu, pur sapendo queste cose, dici che parlano a vanvera quelli che esortano a resistere e consigli di andare a convincerlo?

Amici, mi sembra opportuno che quest’uomo non partecipi a riunioni di tal fatta con noi e che, toltogli il comando e caricatolo di pesi, lo utilizziamo come facchino.

Costui disonora la patria e tutta la Grecia, perché, pur essendo greco, non si comporta come tale.”

Lo sdegno di Senofonte, come si vede, traluce ad ogni parola: il discorso di Apollonide è riportato in discorso indiretto e in ottativo, a sancire un distacco totale con quanto brevemente affermato dal beota.

La replica, stavolta in discorso diretto, è ben strutturata: parte da un approccio diretto mirante a screditare la sua opinione. Una serie di domande retoriche, tese a dimostrare la falsità del re persiano e la compassione per chi di lui si fidò, distrugge la credibilità di Apollonide.

Solo allora Senofonte distoglie lo sguardo da lui e si rivolge direttamente all’uditorio per condannare esplicitamente l’uomo che aveva apertamente ridicolizzato.

E ben gli sta.