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Chi sa, fa. Chi non sa, insegna.

Anche Esopo deride gli insegnanti (Il citaredo)

Lo spettro dell’ignoranza di ritorno, la taccia di impostura, la nomea di cultori di frivolezza accompagnano da sempre la figura gli insegnanti.

I tormentoni a riguardo non si contano, dal “chi sa, fa. Chi non sa, insegna. Chi non sa insegnare, fa il preside”, da cui questo intervento mutua il titolo, alla fotografia di Apuleio secondo cui “la scuola è il luogo in cui si insegna l’incomprensibile agli indifferenti da parte degli incompetenti”.

Si vorrebbe una scuola più ancorata alla società, meno teorica e più addentellata all’attualità, in sinergia con le istituzioni e le industrie. L’onniscienza sembra essere requisito indispensabile per il docente (soprattutto nelle materie umanistiche) che subisce sollecitazioni di ogni tipo e si trova a dover discettare delle più disparate discipline.

La platea degli alunni è pubblico benevolo, che subisce il carisma di chi parla e lo ritiene depositario di ogni scienza. Ciò può generare in taluno spinte titaniche all’autoaffermazione: il docente tende spesso anche nella vita privata a dispensare opinioni personali come oracoli inappellabili e a monologare lasciando poco spazio agli interlocutori.

Questa alternanza tra demoralizzazione e glorificazione è male antico dell’insegnante, che già in Esopo è considerato termine di paragone negativo per la vacua boria spesso dimostrata.

Un suonatore di cetra poco portato, che suonava continuamente in una casa ben murata, dove la voce gli reggeva, credette di essere molto intonato. Inorgoglitosi per questo ritenne che fosse necessario andare anche al teatro; ma, giunto sulla scena, cantando troppo male, fu cacciato a pietrate (colpito con le pietre).

Così anche alcuni dei retori, che sembrano essere tali nelle scuole, quando si introducono nella vita pubblica sono giudicati dei buoni a nulla.