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Non per sesso, ma per denaro

Crasso e la vestale (Plut. Vita di Crasso, 1)

Le sacerdotesse della dea Vesta, inviolabili, intoccabili, ieratiche nella loro solennità, avevano a Roma il più sacro dei compiti: controllare che il fuoco sacro divampasse sempre. Era inarrestabile la fiumana di donne che quotidianamente si recava nel tempio della dea per ottenere una scintilla da cui far scaturire la fiamma che cuoce i cibi e che scalda nei rigidi inverni.

I Romani, infatti, sapevano conservare il fuoco, ma non riuscivano a generarlo: dal lavoro delle Vestali dipendeva così l’intera civiltà latina. La purezza, innanzitutto, era richiesta a queste donne potentissime: nei trenta anni di sacerdozio (dieci per apprendere il complesso rituale legato alla cerimonia del fuoco, dieci per esercitarlo, dieci per insegnarlo alle novizie), le Vestali dovevano abitare all’interno del temenos, il recinto sacro del tempio, e non intrattenere rapporti carnali con nessuno, pena la morte: sepolta viva lei (il cui sangue, sacro, non poteva essere versato), lapidato il temerario seduttore.

Plutarco si stupì molto che il timebondo Crasso, poco incline alla lussuria, sposo felice della vedova di un fratello, fosse stato accusato, novello Catilina, di attentare alla verginità di una vestale. A tutto, però, c’è una spiegazione e lo storico greco ce la fornisce, sornione, nel primo capitolo della sua Vita Crassi:

Andando più in là negli anni, subì l’accusa di avere rapporti adulterini (syniènai) con Licinnia, una delle vergini vestali, e, accusando(la) un certo Plozio, Licinnia fu processata (ephyghen diken). Costei aveva una bella proprietà in periferia e Crasso, che voleva averla a poco prezzo e per questo seguiva e corteggiava la donna, incappò in un tale sospetto e fu assolto dai giudici dato che con la sua conclamata avidità rendeva vana l’accusa di seduzione. E tuttavia non lasciò Licinnia prima di ottenere il poderetto.