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Gli inconfessabili pensieri dei prof.

Tra sfiducia e delirio si dipana ogni lezione.

 

 

 

Tra gli alti altri meriti di L’amore in sé, l’ultima fatica letteraria di Marco Santagata, bisogna annoverare la schiettezza dell’outing del protagonista, un docente universitario che, spiegando Petrarca, apre intensi spiragli sulla problematicità della professione docente.

Incrudelire sulle piaghe aperte di un lavoro allo sbando non è certo fra gli obiettivi primari della bella storia raccontata da Santagata, noto alla critica letteraria per i suoi rilevanti interventi filologici sul Canzoniere e sull’intera produzione di petrarchesca.

Confrontando i sentimenti del grande poeta con le disillusioni del protagonista, Santagata ha ben mostrato lo scarto fra l’ideale e il reale, fra la letteratura e la vita.

Mentre mirabilmente affascina il lettore attualizzando la poesia trecentesca, però, Santagata attribuisce al suo protagonista sentimenti forse vili, ma sicuramente di grande umanità: una cupa, opprimente, persistente sensazione di inutilità del proprio lavoro, che non produce effetti immediati, quantificabili, certi. Di qui, l’invidia verso professionisti più pragmatici e solidi e, soprattutto, il fastidio verso gli interventi degli alunni, che interrompono il flusso del suo soliloquio: “ Le mani alzate a chiedere la parola o, peggio ancora, le intrusioni senza preavviso nel bel mezzo di un discorso lo avviliscono perché sono il segno in equivoco della futilità del suo lavoro. Che razza di scienza può mai essere quella in cui il primo venuto si sente in diritto di dire la sua?”

I classici, inutile sottolinearlo, sono viatico per un’esistenza serena: consigliano, confortano, accompagnano, consolano. Su quei libri, il protagonista ha attutito il dolore che segue la perdita dell’amore, le disillusioni familiari, la malattia del figlio. In quelle pagine si annidano ricordi ed emozioni: condividerle con una platea gli sembra pubblicizzare anche il proprio animo, svendere la propria vita frugando in quella dei massimi poeti.

Usare i classici per lenire le proprie sofferenze personali, l’averli impiegati come privata e segreta risorsa vitale aveva forse sconsacrato i suoi poeti, ridotti a trastullo, a massaggiatori dell’anima.