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Non ti pago

Retorica e immoralità nel mondo occidentale

Non so se per l’acuirsi del mio senso critico o per un oggettivo decadimento dei costumi, mi sembra che si ingigantiscano di giorno in giorno, nella nostra nazione, il degrado, l’ingiustizia, la corruzione, la furberia che è anche inciviltà.

Contrapposto all’evidenza pragmatica dello sciattume e del parassitismo quotidiano, si erge il parlottio dei politici, che vogliono negare la realtà ghirigoreggiando tra metafore e iperboli, invettive e reticenze che non stonerebbero nella bocca di un attore di teatro.

Eppure, risalendo all’origine del malvezzo per cui la parola, il discorso diventano strumenti di frode, ritroviamo il mondo greco, che, con i sofisti, ci offre esempi insuperati di relativismo e malafede.

È emblematica la disputa che sorse in Sicilia fra il sofista Corace ed il suo discepolo Tisia, apprezzabile certo per il sottile gioco dialettico del paradosso che tanto piacque al mondo greco, ma n on irreprensibile quanto alla moralità degli assunti.

Al termine di un ciclo di lezioni, il maestro pretendeva il suo onorario (era scandaloso, per quei tempi, esigere una retribuzione per un lavoro intellettuale), ma lo scaltro alunno replicava che non aveva nessuna intenzione di pagare. Se il maestro non si fosse dimostrato convinto della liceità delle pretese di Tisia, avrebbe dimostrato che il suo insegnamento era stato infruttuoso e che l’alunno non aveva imparato la sottile arte della persuasione, per padroneggiare la quale l’alunno aveva richiesto il suo aiuto.

Corace, senza scomporsi replicava : “ Non mi hai convinto, quindi pagami! Se anche tu fossi stato persuasivo, Tisia, sarebbe la prova della bontà del mio insegnamento. Comunque, l’onorario mi spetterebbe di diritto