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Un romanziere, uno storico, un accademico, un intellettuale

Intervista esclusiva a Giuseppe Mazzanti

Perché ricorri all’espediente dell’anonimo? Prevedi un sequel dell’opera?

R: Il manoscritto ritrovato accresce il mistero, almeno così a me pare. Non escludo prima o poi di scrivere un sequel, ma ora sono impegnato su un altro progetto: un romanzo ambientato ancora nel medioevo ma con personaggi diversi dal primo, più spazio al rosa e all’avventura rispetto al giallo (che comunque non mancherà), uno stile più brillante. Non mi manca molto ormai.

Nel tuo libro si rincorrono posizioni dottrinarie diversissime. In quale dei personaggi ti riconosci?

R: Per un aspetto o per un altro in tutti i personaggi, in realtà. Amo la meditazione nella solitudine come Bernardo e l’argomentazione razionale come Irnerio, condivido con Judas l’animo romantico. Sento completamente mie certe atmosfere che ho cercato di ricreare: il monastero e il castello, la natura lussureggiante dell’Europa medievale, le biblioteche, i codici miniati…

Parliamo dell’elemento femminile, che “colpisce i sensi, ma non il cuore”. Pura ricerca di verisimiglianza storica?

R: No, questa è l’esperienza personale dell’autore. Che nella vita ha conosciuto molte ragazze oggettivamente bellocce (potrei anche dire belle, ma non sarei onesto: l’eccellenza si trova sempre in piccole quantità) e tuttavia non di rado piuttosto insignificanti. I sensi vogliono la loro parte, ma per scaldare il cuore serve altro.

Come hai elaborato l’idea del romanzo? Quali obiettivi ti eri prefisso? Quali ostacoli hai dovuto superare?

R: Più o meno dieci anni fa ho pensato che un giorno avrei scritto un romanzo, ma allora ipotizzavo di farlo negli anni della pensione. Prima mi vedevo troppo impegnato in altre cose. È stato un amico che lavora alla Feltrinelli a Bologna a spingermi a scrivere, e gliene sono grato. All’inizio non mi sono prefisso obiettivi particolare se non quello di scrivere la mia storia, qualcosa che mi nascesse dal cuore e in cui io potessi riconoscermi. Nel tempo ho pensato anche che Eresia e delitto poteva essere un’operazione verità, in un tempo in cui molti arricchiscono vendendo menzogne. Tuttavia anche questa esigenza di verità, ovviamente, non è imposta dall’esterno, ma nasce da quello che sono io. In definitiva, dunque, l’obiettivo è stato non rinunciare mai a essere me stesso. Gli ostacoli da superare sono soprattutto di natura psicologica: mentre uno scrive si chiede se sta perdendo tempo e se è in grado di portare a termine il lavoro. La prima volta è così in ogni campo. Poi, certo, avere alle spalle dieci anni di pubblicazioni aiuta, anche se il romanzo è cosa diversa dal saggio. Ma come tutti sanno impara più facilmente a sciare chi già ha fatto snow-board, o viceversa, rispetto a chi non ha mai visto una discesa innevata. Uno sa già cos’è la velocità, sa che si può cadere e non muore nessuno, etc. Così lo studioso che scrive un romanzo sa come progettare un lavoro di duecento pagine e ha tutta una serie di conoscenze di base che gli possono facilitare notevolmente la vita. Ma deve spogliarsi dei suoi panni, non essere pedante, non tenere una lezione, non pensare di dover spiegare tutto, ma lasciare spazio all’emozione e al sogno del lettore.

Come è nato il tuo amore per la paleografia? Il mondo accademico di cui fai parte, solitamente restio alla divulgazione, come ha accolto la tua incursione nel mondo del romanzo?

R: Più che di amore per la paleografia parlerei di amore per i manoscritti. È qualcosa che mi accompagna da sempre. Per un verso c’è la bellezza di questi codici miniati e delle loro grafie, per altro verso il mistero, la possibilità di fare scoperte. In fondo in tutto il mondo siamo poche migliaia a poter leggere questi testi, e molto ancora deve essere riportato alla luce di quel passato. Passando alla seconda domanda: è vero, anch’io temevo un giudizio negativo da parte degli accademici. Alcuni tra loro, infatti, rifuggono dalla divulgazione e non accettano l’idea che un ricercatore possa dedicare una parte del tempo libero alla narrativa. In materia esistono aneddoti raggelanti… Per quanto mi riguarda devo dire tuttavia che di critiche non ne ho sentite, e nel silenzio dei più mi è arrivato anche qualche complimento. Del tutto inaspettato quello di Ovidio Capitani, senza ombra di dubbio il più grande medievista italiano: mi ha detto che ha letto con piacere il mio romanzo, e che ho ricreato bene lo spirito del tempo. Se lo dice lui…