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La terapia della paura.

Foboterapia e successi militari a Sparta.

Phobos, la paura, era il dio più rispettato a Sparta. Gli invitti guerrieri sapevano bene che il segreto del loro successo risiedeva nel terrore folle che invadeva i nemici nel vederli così calmi, determinati e sicuri, affrontare con serenità schiere numericamente molto più affollate.

Dominare la paura per atterrire gli avversari, terrorizzare con l’ imperturbabilità le emotive schiere nemiche erano input trasmessi di generazione in generazione.

A Sparta non esistevano quelle tecniche di incoraggiamento in extremis (discorsi accalorati del generale di turno, rumoreggiare di scudi, ubriachezza stordente) che caratterizzano la letteratura militare di tutti i popoli e che dagli spartani erano archiviate con il termine dispregiativo di pseudoandreia, finto coraggio che si scioglie nel terrore quando la guerra mostra il suo vero volto, quello sanguigno di corpi che cadono e arti che si piegano.

L’agogè, il duro addestramento militare spartano che durava tutta la vita, mirava a fortificare il corpo e lo spirito dei soldati, che si sapevano nati per la guerra e che nella morte in battaglia vedevano l’occasione ambita per coronare di gloria sé e la propria famiglia.

Mi ha stupito scoprire che questi guerrieri così rudi e spicci, dall’aneddotica agghiacciante e dalla fama imperitura, utilizzassero per controllare la paura tecniche di fine psicologia.

Essi sapevano benissimo che, se è la mente a provare agitazione, è invece il corpo a manifestarla: fin da bambini, quindi, venivano abituati a controllare quei movimenti involontari (contrazioni delle palpebre, tremolii degli arti, deflusso circolatorio) che sono spia e fomento al terrore.

I loro precettori accostavano così ramoscelli di ulivo ai loro giovani visi, dolcemente, pacatamente, più e più volte, finchè l’occhio, abituato alla prospettiva di un corpo estraneo in avvicinamento, smetteva di chiudersi; si gettavano addosso ai ragazzi deviando all’ultimo istante, finchè il corpo, avvezzo ormai a proiettili diretti contro di lui, cessava di tremare e rimaneva inamovibile, senza tentar di schivare pericoli ingigantiti dallo spavento, ma razionalizzati nell’esercizio.

Una traccia di questo antico addestramento mi sembra rimasta oggi nei giochi tra padri e figli, in cui si incoraggia il bambino a lasciarsi cadere all’indietro, per provare il brivido della paura prima che la forte stretta paterna lo trattenga dal cadere e gli trasmetta insieme coraggio e fiducia.

E appunto coraggio e fiducia nei commilitoni hanno reso gli Spartani i guerrieri per antonomasia.