Questo sito contribuisce alla audience di

Il voto che uccide

La contraddizione che patologizza la scuola italiana

 

 

 

L’incubazione è stata lenta, ma ineluttabile: nel silenzio dei media, nel disinteresse della politica, nell’insipienza della società, un rapporto, quello tra docente e discente, si è incrinato fino alla patologia.

Lo ricordano oggi i titoli a quattro colonne che denunciano pedofilia e sevizie verso gli alunni, minacce e aggressioni agli insegnanti. Sono casi estremi di realtà degradate o sono la punta di un iceberg di schizofrenia imperante nella crisi di valori che ha sconvolto il sistema dell’istruzione?

Da quando l’alunno, che, come l’etimologia latina suggerisce (alere vuol dire infatti nutrire), dovrebbe essere un figlio da far crescere, è diventato oggetto totemico di turbe e oscuri revanscismi?

Da quando lo studente (e studere significa provar desiderio) ha identificato la sua aula in un luogo di tormento e i suoi docenti in accaniti torturatori?

Vorrei prendere a prestito un pensiero di Zoe Heller, che, nel suo bel romanzo La donna dello scandalo, ha tratteggiato magistralmente lo sconforto e l’inanità dei professori e l’immaturita aggressiva e la perniciosa superficialità di certi studenti: “ penso non sia una coincidenza il fatto che nello stesso periodo in cui le ambizioni pedagogiche sono diventate tanto elevate e grandiose, lo standard dell’istruzione di base abbia subito una radicale flessione”.

Fino a pochi decenni fa, la scuola aveva un unico compito caratterizzante: istruire. Ci riusciva piuttosto bene, se è vero che il proliferare degli errori di ortografia di oggi non ha l’equivalente tra gli alfabetizzati di nessun periodo storico.

A proteggere, capire, indirizzare il giovane collaboravano altre realtà: la famiglia, l’oratorio, la società, polverizzate oggi dal relativizzarsi dei compiti e delle priorità, dalla sindrome di Peter Pan che colpisce adulti sotto stress, tesi e protesi in una lotta sterile contro il tempo e contro la povertà.

L’infelicità generale che aleggia sulla nostra Italia, stordita da modelli in celluloide che trionfano con la loro bellezza effimera e con la loro imbecillità trionfante, fa strazio dei ragazzi, alla ricerca di se stessi e di un confronto difficile con il mondo, e degli adulti che, per indirizzare i giovani, dovrebbero godere di una serenità molto spesso lontana.

L’oggetto del delitto è il voto, su cui si poggia la fragile autostima di molti studenti, su cui si incentra l’unica autorità possibile per qualche collega, su cui vacilla il precario equilibrio che lega genitori distratti e figli intrattabili.

La contraddizione, deleteria e strisciante, consiste in questa aporia: se la scuola deve accettare l’alunno per ciò che è, capirne le debolezze, gestirne l’emotività, se il docente deve cioè fungere non solo da guida nell’apprendimento ma da punto d’appoggio nel difficile equilibrio adolescenziale, e se, al contrario, il voto fotografa una prestazione esclusivamente intellettuale, ci si apre ad un duplice rischio, che il ragazzo percepisca l’insufficienza come una “bocciatura” di se stesso nella sua interezza e che, al contrario, l’attenzione dell’insegnante per la crescita interiore vada a discapito di una onesta analisi delle conoscenze e delle competenze dei professionisti del domani.

In ultima analisi, secondo me un rapporto di fiducia e sostegno, come quello che lega un docente alla sua classe, mal si concilia con le imprescindibili esigenze valutative, che d’altra parte sono sprone eterocentrato per lo studio in chi, e parlo della maggioranza, non riesce a trovare, nell’adolescenza, soddisfazione intrinseca nel sapere per sapere.