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Le antimamme (parte II):

La marchesa Adelaide Antici Leopardi e Adele Lehr Gadda.

Eccola qui l’origine dell’infelicità di Giacomo Leopardi: dover ostentare protervia ed essere per questo inviso ai ragazzotti di paese, che scambiavano per prosopopea la sua accondiscendenza alle manie aristocratiche della madre; dover vivere di stenti ben maggiori di quelli subiti dalla plebaglia che lo invidiava.

Unici amici, gli autori classici che lo infuocavano, suggerendogli emozioni e sentimenti. Non poteva separarsene, neanche la notte, quando sulla cupa dimora di Montemorello scendeva il buio delle tenebre e mamma Adelaide non permetteva lo sperpero di una candela, lasciando Giacomo a sforzare i suoi occhi sotto il pallido chiarore della luna, per decifrare i libri, unici testimoni di una vita possibile.

Solo non era, perché faceva brigata con i fratelli, ma il mondo circostante gli era estraneo quando non ostile: l’ineffabile Adelaide era convinta che qualunque amicizia profana distogliesse i suoi rampolli dalla preghiera e dalla dedizione. La posta era per lei strumento del diavolo e giunse a vietare ai suoi figli più piccoli ogni contatto epistolare, dato che era stata proprio l’amicizia a distanza con Pietro Giordani a mettere grilli in testa e ali ai piedi del primogenito.

 Un Dio da antico testamento occupava tutti i pensieri della donna: ogni sacrificio, per quanto sterile, per quanto stupido, era offerto ad maiorem gloriam Dei. Ai figli imponeva così tormenti inspiegabili, come l’ingurgitare il brodo ancora bollente o al contrario freddissimo, nella speranza neppure troppo celata che la loro giovane tempra si spezzasse e lei potesse eguagliare, nello strazio conseguente, il dolore della Madonna.

 

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