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La caduta dell’aquila

Il romanzo che chiude al quadrilogia di Conn Iggulden dedicata a Cesare

Conn Iggulden La caduta dell’aquila Piemme, 2007 (pp.439)

Letto dal 31 luglio al 4 agosto 2007 Voto: 7,5

Abstract: Per alcuni Cesare è il nome di un traditore della patria, per altri quello di un eroe. Un destino stranamente ambiguo per un uomo che non è abituato a esitare. Che ha attraversato il Rubicone e ha marciato verso Roma, suscitando l’ira di Pompeo e del Senato. Ora i suoi avversari non sono più barbari da sottomettere nel nome della Repubblica, questa volta è contro la sua gente che dovrà combattere. In campi di battaglia che, ancor prima del suo arrivo, già risuonano della sua fama, tra la Grecia, l’Asia e l’Egitto, si ammanterà di nuove vittorie. Saranno anni intensi e dolorosi. Solo al termine di lunghe peregrinazioni potrà tornare a Roma in trionfo, e qui gettare le basi di quello che diverrà il più grande Impero di tutti i tempi. Ma quanto più in alto vola l’aquila, tanto più rovinosa è la sua caduta, quando la storia ha deciso un epilogo che sembra non rendere giustizia

Breve commento Comprato nella noia di una nottata d’ospedale (mi ero ripromessa di non leggere romanzi storici che travisassero il senso di un’epoca e temevo che Conn Iggulden cedesse troppo al sensazionalismo, il libro si è rivelato piacevolissimo, ben documentato, superbamente narrato, non sempre storicamente attendibile, ma comunque denso di curiosità e di ardite ricostruzioni psicologiche.

Frasi estrapolate dal testo

Noi siamo le ultime braci della vecchia Roma e ci teniamo in vita l’uno con l’altro, attizzandoci con il nostro fiato.
Ritornava da Cesare come un bambino che insiste a tormentare una piaga purulenta, scandagliando l’abisso di infelicità con rapimento inorridito.
Bruto lo odiò per la sua clemenza. Tutti a Roma avrebbero saputo che Cesare aveva risparmiato il nemico che lo aveva tradito. Già si immaginava i poeti al lavoro per comporre versi strazianti che avrebbero riempito di sdegno il lettore.

Curiosità:

Cesare portava sempre la corona di alloro (le cui foglie erano legate da un filo d’oro) per mascherare la calvizie.
Fu Bruto ad inventare il corpo degli extraordinarii
Per un tardivo omaggio a Pompeo, ormai morto, nella riformulazione del calendario voluta da Cesare, si scelse di far cadere le idi di marzo proprio il giorno in cui Pompeo fu eletto console.