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Nullafacenti a chi?

Considerazioni sul chiacchierato libello di Pietro Ichino

Durante l’estate, diventiamo la categoria lavorativa più odiata d’Italia.

Nelle frecciatine degli amici, negli sguardi dei conoscenti leggiamo l’invidia per quei fantomatici “tre mesi di vacanza” che pongono di diritto gli insegnanti al primo posto nella hit parade dei lavativi.

Personalmente, studio molto di più a luglio e agosto che durante l’anno scolastico, quando i compiti in classe da correggere, le scartoffie da compilare, le riunioni a cui presenziare (ben oltre, quindi, le diciotto ore settimanali che mi sono riconosciute e retribuite) rendono difficile, se non impossibile, l’otium letterario che è alla base della cultura.

Leggo e rileggo i classici per mio esclusivo piacere, d’accordo, ma c’è una ricaduta immediata sulla qualità delle mie lezioni. La pausa estiva, per noi insegnanti, assolve a quell’istanza di aggiornamento che è invece profumatamente finanziata in meeting e convegni per le altre categorie di professionisti.

Mentre la mattina leggo, ricevo però le telefonate degli amici “che lavorano”, ma che, timbrato il cartellino, non hanno poi questo gran da fare negli uffici e nelle fabbriche. Quando sto in classe io, non ho il tempo, non dico di rispondere al telefonino (misfatto espressamente sanzionato dal regolamento scolastico e prassi ben tollerata in ogni altro ambiente lavorativo), ma neppure di bere un bicchiere d’acqua, di dire “buongiorno” ad un collega, di compilare il registro.

Ora, Pietro Ichino, sindacalista di vecchia data, scopre l’acqua calda e sbraita, in un sopravalutatissimo libercolo, contro “i nullafacenti”, gli impiegati pubblici improduttivi per lo stato.

Parliamo di servizio pubblico, perché per definizione il lavoro privato è esente da sbavature, vizi di forma, momenti di ozio. Non consideriamo, però, che quando un Bossi proclama lo “sciopero fiscale” non si rivolge certo agli statali, che continuano a devolvere coattamente ogni centesimo degli enormi contributi imposti loro per essere poi scialacquati dallo Stato, che protegge le categorie più deboli, quelle che, per intenderci, possono autodichiarare introiti modestissimi, nonostante le belle macchine e i vestiti firmati con cui ammantano il nulla delle loro esistenze.

Transeat!

E la gogna pubblica a cui è esposto un docente in crisi?

Chi sa, in città, quale è l’impiegato più solerte della Regione o l’operaio più pigro della FIAT? I colleghi e pochi altri.

Tutti sanno invece quale docente è più comprensivo, quale più esigente, quale più preparato: la lotta per la sezione “migliore” è senza quartiere e si nutre di pettegolezzi, di ammiccamenti, di leggende metropolitane.

Non ho mai conosciuto colleghi nullafacenti.

Ho visto però alunni e genitori pronti a ghettizzare alcuni insegnanti per un singolo episodio, per un attimo di stanchezza, per qualche parola un po’ greve subito rimbalzata di bocca in orecchio, ingigantita, decontestualizzata.

D’altra parte, i parametri meritocratici che vorrebbe imporre l’amministrazione sfiorano il ridicolo.

Il nullafacente, in genere, trascorre le sue ore oziose in ufficio curando le pubbliche relazioni, offrendo un caffè a destra e un sorriso a sinistra.

Chi lavora con coscienza, al contrario, spesso è nervoso, spesso non ha tempo, spesso si ammala appunto per la troppa dedizione.

Indovinate un po’ chi dei due verrebbe licenziato secondo i parametri meritocratici di un Paese paradossale come il nostro?