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Tutti pazzi per Plutarco

La fortuna dell’autore di Moralia e Vite parallele

Quando uno spirito magniloquente, che si agita inquieto disprezzando i suoi tempi, si imbatte in Plutarco, una fiamma divampa, una miccia esplode, un colpo di fulmine elettrizza.

Di fronte a tanta sovrabbondanza di esempi, a tanto cumulo di frasi nobili e comportamente virili, irrompe un desiderio quasi fisico di emulare le gesta di chi fece la storia o lo stile di chi la cantò.

Per questo, non stupisce leggere, nella pregevole introduzione di Mario Scaffidi Abbate al misconosciuto Perì tou akouein, ripubblicato di recente dalla Newton compton con il titolo L’arte di saper ascoltare, tante affermazioni di stima e di amore per un autore che ha colorito i sogni e la fantasia di generazioni di adolescenti (prima che una criminale banalizzazione dei programmi sottraesse ai nostri liceali il piacere di emozionarsi scoprendo che anche il bene, la virtù, il valore hanno un’epica e un’etica da perseguire).

Con grande emozione, Montaigne ammette: “Noi, poveri ignoranti, saremmo stati perduti se questo libro non ci avesse tolto dal pantano; grazie a lui, ora siamo in grado di parlare e di scrivere”.

Dai teatri di tutta Europa, i primi versi dei Masnadieri di Giuseppe Verdi riecheggiano: “Quando io leggo Plutarco, ho noia, ho schifo di questa età di imbelli”, che musicano la confessione di Vittorio Alfieri che lo leggeva e rileggeva con trasporti di grida, di pianti e di furore.

E se Rousseau si augurava di morire come era nato, leggendo Plutarco, se Foscolo faceva dire al suo Ortis: “Col divino Plutarco, potrò consolarmi dei delitti e delle sciagure dell’umanità”, se addirittura il rigido universo del primo Cristianesimo salvava quest’autore dalla generale damnatio memoriae che colpì tutti i pagani, tanto che il metropolita di Euchaita, Giovanni Mauropode, in una preghiera supplicò Dio di salvare le anime di Plutarco e Platone, perché antecorsero l’insegnamento di Cristo, non sono unanimi le lodi per questo genio dell’antichità.

Soprattutto Cesare Cantù lavorò a ridimensionare il mito dello scrittore, che giudicava mezzo latino e mezzo greco, verboso e impacciato, tale che vorrebbe rappresentare tutti gi stili, senza però raggiungere né la dorica severità,né l’attica eleganza, né la fluida armonia jonica. Anche sulla copiosa aneddotica, questo detrattore ebbe da ridire: “non è uno studio per cui abbia assimilato le cognizioni desunte da tanti autori, ma un continuo citarli e trabalzarti così di asserzioni in asserzioni contraddittorie e non risolute”.

Sarà, ma in questa fluidità di stile e pensiero, in questo raccontare con serenità e scrupolo, in questo lumeggiare tutti gli aspetti di una realtà che è, essa sì, davvero contraddittoria, proprio qui risiede il fascino senza tempo di Plutarco.