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Fu vera peste? Ai paleopatologi l’ardua sentenza.

Sotto esame l’epidemia descritta da Tucidide.

Il piano sembrava infallibile: in caso di attacco spartano, bisognava rinunciare alle terre, ai campi, ai poderi dell’Attica e rifugiarsi nel bunker delle Lunghe Mura, dentro Atene. I nemici non avrebbero potuto far altro che sfogare la propria frustrazione bruciando campi e colture, che sarebbero rigermogliate più prospere dopo la bonifica militare.

A garantire la sopravvivenza, anzi l’opulenza di Atene, sarebbe bastato il commercio: con i nemici alle porte, in un assedio che sarebbe potuto senza problemi diventare perenne, sarebbe stata la flotta a garantire, con attracchi giornalieri, la circolazione di cibo e beni di lusso.

Precorrendo di due millenni la globalizzazione, Pericle rinunciava all’autarchia, dequalificava l’agricoltura a vantaggio del terziario, dimostrava che una nazione ricca può vivere non del proprio lavoro, ma dello sfruttamento di quello altrui.

Il Fato volle smentirlo.

La peste che divampò nel 430-429 a.C. tra i profughi asserragliati nei camminamenti delle Lunghe Mura fu forse “cronaca di una morte annunciata”: non potevano sortire esiti diversi il sovraffollamento, le condizioni igieniche precarie, lo squallore delle baraccopoli improvvisate in cui si serrarono i contadini attici in precipitosa fuga all’apparire degli spartani.

A perire non furono però solo le migliaia di uomini, donne, animali agonizzanti per le vie, accatastati, cadaveri, in tombe di fortuna. La prima vittima della peste fu proprio l’imperialismo ateniese.

L’impietosa descrizione che Tucidide, sopravvissuto alla malattia, consegnò ai posteri fu di così grande effetto da inaugurare un fortunato topos, da cui attinsero Lucrezio, Boccaccio, Manzoni e addirittura Camus.

Si scopre oggi, però, che non fu la peste a decimare la popolazione e il nerbo ateniese.

I sintomi (febbre alta, freddo, brachicardia, diarrea, emicranie, alito cattivo, anoressia, sfoghi cutanei, mal di stomaco), descritti con competenze quasi mediche dallo storico greco, parrebbero ipotizzare un ventaglio di possibilità: avvelenamento da antrace (dovuto dalla promiscuità con gli animali) o febbre tiroidea (virus proveniente dall’Etiopia e approdato ad Atene con le merci libiche ed egiziane) in primis.

Conferme in questo senso arrivano dalla paleogenetica: analizzando la polpa dentale di 150 scheletri incolonnati nell’antico cimitero ateniese, il Ceramico, un team di studiosi greci ha isolato alcuni segmenti di acido nucleico simili a quelli della Salmonella del batterio Typh.

Sono i resti mortali di chi morì nella pestilenza di Atene?

Non lo sappiamo, e forse non ci interessa neppure.

La descrizione tucididea, emotiva ed anatomica insieme, suggestiva nell’orrore, esemplare nel dettaglio, suscita angoscia ed attiva riflessioni sia che ritragga la peste sia che raffiguri analoghe, luttuose epidemie.