Lo spazio bianco

Valeria Parrella racconta una esistenza protesa tra scuola e dolore

Valeria Parrella Lo spazio bianco Einaudi, 2008 (pp,112)

Letto il 25 febbraio 2008 Voto:6

Abstract: Maria ha superato da poco i quarant’anni, vive a Napoli, lavora come insegnante in una scuola serale e un giorno, al sesto mese appena di gravidanza, partorisce una bambina che viene subito ricoverata in terapia intensiva neonatale. Dietro l’oblò dell’incubatrice Maria osserva le ore passare su quel piccolo corpo come una sequenza di possibilità. Niente è piú come prima: si ritrova in un mondo strano di medicine, donne accoltellate, attese insensate sui divanetti della sala d’aspetto, la speranza di portare sua figlia fuori da lì. Nei giorni si susseguono le mense con gli studenti di medicina, il dialogo muto con i macchinari e soprattutto il suo lavoro: una scuola serale dove camionisti faticano su Dante e Leopardi per conquistarsi la terza media. La circonda e la tiene in vita un mondo pericolante: quello napoletano, dove la tragedia quotidiana si intreccia con la farsa, un mondo in cui il degrado locale è solo la lente d’ingrandimento di quello nazionale.

Breve commento: Osannato da mia sorella, questo libro, forse anche perché letto in un momento di grande dolore personale (un pensiero vola ora incoercibile a Pietro, il mio amico che non c’è più), non mi ha entusiasmato. Ho trovato troppo lente certe riflessioni ontologiche e troppo slegati i due piani narrativi: lo “spazio vuoto” dell’attesa in ospedale e il mondo vivo della scuola serale in cui la protagonista insegna

Frasi estrapolate dal testo:

Una vedova stanca il cui mondo era precipitato nel televisore.
Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grossa incapacità della mia vita. Nell’attesa ho avuto lo spazio di costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare per mia stessa mano. Poi riprendere da un punto qualunque, correggere il tiro di qualche centimetro per rendere la costruzione immaginata più solida. Vederla crollare di nuovo.
Io me la sono augurata a volte [la morte, n.d.R.] che venisse a mettere fine all’angoscia, che arrivasse riconoscibile e chiara, senza più dubbi né tentennamenti. E questo pensiero viveva nello stesso spazio della speranza.
Una targa accanto al citofono grossa come una lapide in vita.
Era un uomo elegante che mi era passato nella vita recitando frasi molto belle. E la bellezza si era poi rivelata essere l’unico valore che avevano.
Mi sembrava che gli altri si lasciassero scorrere, mentre io ero come uno scoglio che dava intralcio alla corrente e da essa con odio si lasciava corrodere.

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