Pochi inutili nascondigli

Sette racconti di Giorgio Faletti

Giorgio Faletti Pochi inutili nascondigli Baldini Castoldi Dalai, 2008 (pp.376)

Letto dal 7 al 9 maggio 2008 Voto: 7

Abstract: Sette racconti, sette storie del mistero nella scia di Poe, Lovecraft e King, che si servono del fantastico per far emergere uno smarrimento nuovo, un panico sconosciuto. Gomme capaci di cancellare case e uomini, prati maledetti, mostri gentili e manichini animati, atmosfere quiete che esplodono all’improvviso mettendoci di fronte a quella particolare forma di orrore che solo l’incomprensibile può suscitare.

Breve commento: La prosa è quella suadente, tensoria, asciutta e insieme corposa che ha assicurato successo a Faletti. Le storie virano troppo al fantastico per coinvolgere veramente: ne conoscevo già due (una inclusa nella raccolta “Crimini” edita da Einaudi, l’altra nei “piccoli libri” abbinati al Corriere della Sera), piacevoli per la compresenza felice di ironia e suspance.

Frasi estrapolate dal testo:

(di persona viscida) E’ già partito ventre a terra.
Il tempo era passato e lui era abbastanza lucido da capire che a un certo punto aveva smesso di seguirlo. Forse quando le automobili avevano cessato di essere una magia e avevano cominciato ad essere una seccatura, forse quando il ghiaccio non era stato più qualcosa di esotico, portato in paese con il motocarro da un uomo che vendeva i pani da conservare in ghiacciaia ed era diventato un semplice prodotto da coltivare in un frigorifero, con l’unico concime di una spina infilata in una presa della corrente.
Leggeva la Gazzetta dello Sport con la concentrazione che gli studenti riservavano ai classici.
Un filosofo di strada che aveva fatto del riposo la sua ragione di vita e dell’osservazione del mondo il suo riflesso condizionato.
Il tragico mistero buffo della vita era poi in fondo solo quello: continuare a inseguire qualcuno che non ci ama, inseguiti da qualcuno che non amiamo.
Il cuore di colpo fa parte della sua gola.
I pensieri si aggrappavano con artigli di ghiaccio alle pareti della sua mente e mentre lui cercava di strapparli vi lasciavano lunghi, profondi graffi sanguinanti.
(Per il compito in classe di italiano) C’era la necessità di un flusso ordinato e continuo di concetti e parole, sorretti dalla benedizione di un’idea

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