Siamo alle solite.
Dopo quello di Dante all’inferno, anche il viaggio di Mosè sul Sinai parrebbe di origine psicotropa..
Lo psicologo israeliano Benny Shanon, attento a non urticare la sensibilità religiosa e contemporaneamente a non mortificare la verità storica, di recente ha attribuito la voce guida di Mosè sul monte Sinai non a Dio, ma all’ayuahasca, una droga estratta dalla corteccia dell’acacia, ben attestata in altri passi biblici e ancora in voga nelle cerimonie rituali di alcuni indios brasiliani.
Sotto l’effetto del potente psicotropo, il patriarca avrebbe subito violente alterazioni nella percezione dello spazio e del tempo.
Il roveto ardente, dunque, non sarebbe un simbolo allegorico del male, come vogliono i teologi (le sue spine pungono e avvelenano solo quando si tenta di districarsi dal ginepraio del vizio), non un fuoco fatuo, come sostengono i razionalisti, ma un normale falò, cristallizzato come una fotografia nella pupilla offuscata di Mosè.
La voce di Dio? Un’allucinazione uditiva.
Il bastone di Aronne tramutato in serpente? Una visione.
Il parlare fluido del balbuziente Mosè? Un effetto della droga.
Nessun problema, per il suo popolo altrettanto narcotizzato, avallare questi abbagli.
Se così fosse, la religione sarebbe davvero l’oppio dei popoli.

Benedetta Colella









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