
Andrea Camilleri Il casellante Sellerio, 2008 (pp.140)
Letto dal 27 al 28 giugno 2008 Voto:8
Abstract: Siamo in Sicilia, tra Vigàta e Castelvetrano negli ultimi anni del fascismo. Lungo la linea ferroviaria che collega i paesi della costa fare il casellante è un privilegio non da poco: una casa, il pozzo, uno stipendio sicuro, ma la zona, alla vigilia dello sbarco alleato, si va animando di un via vai di militari e i fascisti, quasi presagendo la fine imminente, si fanno più sfrontati. A Nino Zarcuto, “trentino, beddro picciotto” rimasto privo di due dita per un incidente sul lavoro, è toccato un casello stretto tra la spiaggia e la linea ferrata. Si è sposato con Minica e aspettano, finalmente, un figlio. Il lavoro è poco e c’è tempo per l’orto, per andare ogni tanto in paese e Nino, appassionato di mandolino, può anche dilettarsi con l’amico Totò in qualche serenata improvvisata. Un giorno dei soldati iniziano dei lavori vicino al casello per approntare una linea di difesa dal mare. E mentre scavano a ridosso del pozzo provocano una frana. Nino, rimasto senz’acqua, deve correre ai ripari, ma scendendo nelle profondità della terra si imbatte in una grotta. Solida, asciutta, un rifugio perfetto. Un segreto da custodire gelosamente. Poi una notte, mentre Nino è in carcere, colpevole di avere ridotto le canzoni fasciste a marce e mazurche con chitarra e mandolino, Minica viene aggredita e violentata…
Breve commento: Uscire dalla natura umana, così perfettibile, così disperata, e rifugiarsi nel mondo vegetale o fra la fauna: ambizione, condanna o follia? Camilleri riesce nell’incredibile: Nina, una donna che vuol diventare albero per far frutti, per non accettare una sterilità rovente e una maternità mancata, diventa credibile. Quasi dispiace che la sua storia sia mimetizzata tra mille altri spunti non colti ma solo suggeriti: il fascismo becero, la guerra, il mercato nero, la libertà di parola, la mafia, che non dice mai il suo nome, ma traspira nel romanzo e impone quasi un arbitrario concetto di dignità violenta.
Frase estrapolata dal testo:
(dopo una brutta notizia) I sò occhi, prima ‘ntenti e ‘nterrogativi, addivintaro di colpo dù lachi profonnissimi, anzi senza funno, di muto, dispirato, denso duluri.
Curiosità:
Durante il periodo fascista, c’era l’obbligo di alzarsi in piedi quando era intonato l’inno reale.

Benedetta Colella









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