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Quando pagare le tasse era l’alternativa migliore

L’antidosi e il sistema tributario ateniese

La pressione fiscale italiana è impari ed iniqua: schiaccia alcuni e non sfiora neppure altri. Un sistema basato sul volontarismo della dichiarazione dei redditi, in cui è il lavoratore stesso a comunicare quali siano i propri introiti, si presta facilmente a distorsioni; se il dipendente non può fare altro che esibire tristemente la propria busta paga, tra l’altro spesso già alleggerita all’origine da un buon numero di corvées , il lavoratore autonomo è solo di fronte alla propria coscienza nel compilare il suo modulo fiscale.

Una coscienza che si dilava facilmente, tra l’altro, considerando lo sperpero insensato del denaro pubblico.

Da indiscrezioni ministeriali, trapelano ogni tanto dati che fanno sorridere o rabbrividire a seconda del grado di rassegnazione raggiunto: orefici che guadagnano meno dei loro commessi, industriali di lignaggio con redditi da assistenza sociale, patrocinanti in Cassazione più poveri degli uscieri, medici dalle liste d’attesa ingorgate che stenterebbero a coniugare il pranzo con la cena.

Gli Ateniesi del periodo di Isocrate avevano una parola magica per svaporare in un attimo il fenomeno: l’antidosi. Nella polis, infatti, il peso dei lavori pubblici e dell’assistenza sociale non era ripartito proporzionalmente fra tutti (che democrazia sarebbe quella che imponesse criteri uguali a persone disuguali? Come si può stabile di tassare tutti del 10%, quando alcuni non se ne accorgono neanche ed altri devono rinunciare a scaldarsi e vestirsi per sottrarre anche pochi euro da una paga al minimo vitale?)

Erano i più ricchi ad addossarsi l’onere di provvedere ad alcune esigenze cittadine. Bisognava armare una nave? Si individuava il più abbiente, che sborsava il denaro necessario. Si doveva allestire uno spettacolo teatrale? Ci si rivolgeva ad un altro Paperone. Il vantaggio era duplice: lo status symbol non era, come oggi, un oggetto privato, ma un servizio pubblico (come se oggi non si invidiasse chi sfreccia in Ferrari, ma chi presiede alla cura del parco comunale) e si poteva individuare rapidamente il responsabile di qualunque incongruenza o falla.

Chi si scherniva, asserendo che il servizio non toccava a lui, che c’erano persone più ricche a cui rivolgersi, poteva proporre l’antidosi, lo scambio dei beni. Individuava, cioè, un uomo a suo dire più danaroso e lo designava al suo posto; se l’Arpagone rifiutava, i beni di entrambi erano sottoposti a sequestro, inventariati, valutati e ponderati. L’onere/onore della coregia sarebbe toccato a chi risultava in possesso di più beni al sole. All’ulteriore rifiuto, i due contendenti avrebbero scambiato i loro averi, case, terreni, attività.

Ovviamente, io avrei l’imbarazzo della scelta nell’indicare quanti, pur essendo assai più abbienti di me, sono meno gravati dalla longa manus del fisco.

Non mi nascondo, però, i problemi che susciterebbe l’estensione in Italia del sistema ateniese, non solo per le evidenti disparità territoriali, ma anche per motivi di ordine pratico (già sentiti ad Atene e oggi insormontabili).

Spesso, infatti, anche il lavoro è legato ad un bene: i ristoratori hanno il loro locale, gli industriali le proprie fabbriche e via dicendo. In caso di antidosi, a che cosa servirebbe un’industria farmaceutica ad un falegname? E un atelier ad un meccanico?

Lo scoglio in cui naufraga sul nascere la proposta, però, è un altro: con i tempi della nostra giustizia, per quanti decenni i contendenti sarebbero sfamati dalle Charitas?