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La dea delle Olimpiadi

Nike e il concetto di Vittoria

Davanti al vincitore, si sa, si china la testa. Se gli atleti olimpici vogliono detassate le loro medaglie, così sia. In un delirio sportivo, quello che trasforma la sonnolenta Italia in un esercito di scaltriti agonisti ogni quattro anni, si fa a gara nell’omaggiare, riverire, incensare chi, giocandosi nei pochi secondi della gara le fatiche e i sacrifici di una vita intera, porta il nostro inno e i nostri colori sul podio.

In assenza di altri eroi, ci accontentiamo di loro, fino ad oggi ignorati stacanovisti dello sport, ora repentinamente eletti a simbolo di un popolo che sogna, lotta, conquista.

Zittisco in me quella vena cinica che mi porterebbe ad obiettare che anche lo sport è un lavoro e i suoi proventi dovrebbero essere soggetti alle stesse gabelle del mio, che l’onore dello Stato non si forgia sull’exploit in una gara, ma sull’operato costante e costruttivo dei mille anonimi che non riceveranno mai medaglie e si accontentano di gioire della loro.

Ed ecco, sfolgorante, brilla sugli ori e rifulge cesellata in argento la dea Nike, la vittoria alata, giovane e baldanzosa icona dell’entusiasmo costruttivo e del successo che arride agli audaci.

Sempre, il 12 aprile e prima di qualsiasi battaglia, gli antichi Romani offrivano voti e ludi alla dea ardimentosa che esportarono dall’Olimpo greco e soggiogarono al loro carro trionfale (con buona pace di Bossi e delle polemiche irrispettose sull’inno di Mameli).

Secondo Esiodo, Nike fu figlia del titano Pallante e di Stige e appartenne, perciò, alla prima generazione degli dei. Il suo culto crebbe con il crescere della potenza greca, dalle guerre persiane all’epopea di Alessandro Magno.

E, siccome non c’è trionfo senza saggezza, ben presto Nike divenne epiteto della dea Atena. Come è triste pensare che oggi si legga Naik e accompagni, stilizzata in una sorta di baffetto che da solo vale cento euro, il freddo scorrere di denaro di una multinazionale che al profitto aggioga pure l’anima.