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Un cappello pieno di ciliege

Il capolavoro postumo di Oriana Fallaci

Oriana Fallaci Un cappello pieno di ciliegie Rizzoli, 2008 (pp.847)

Letto dal 1° al 12 agosto 2008 Voto: 10

Abstract: straordinaria epopea della famiglia di Oriana Fallaci, una saga che copre gli anni dal 1773 al 1889, con incursioni nel passato e in un futuro che precipita verso il bombardamento di Firenze del 1944. È una storia dell’Italia rivoluzionaria di Napoleone, Mazzini, Garibaldi, attraverso le avventure di uomini come Carlo che voleva piantare viti e olivi nella Virginia di Thomas Jefferson, Francesco marinaio, negriero e padre disperato, e donne indomite come la Caterina che alla fiera di Rosìa indossa un cappello pieno di ciliege per farsi riconoscere dal futuro sposo Carlo Fallaci, o come una bisnonna paterna, Anastasìa, figlia illegittima, ragazza madre, pioniera nel Far West. Dopo anni di ricerche, l’autrice ha visto la cronaca familiare trasformarsi in “una fiaba da ricostruire con la fantasia”: “la realtà prese a scivolare nell’immaginazione e il vero si unì all’inventabile poi all’inventato… E tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori, diventarono miei figli”.

Breve commento: Con emozione, con la consapevolezza di aver assistito alla nascita di un capolavoro, con la certezza che quest’opera capitale impegnerà gli studenti del Tremila, mi inchino di fronte al genio di un’autrice discussa, dalla cui penna e dal cui pensiero è sgorgata una saga che è insieme summa storica e narrativa di inarrivabile qualità

Frasi estrapolate dal testo:

E tutti quei nonni, nonne[…]insomma tutti quei miei genitori diventarono miei figli. Perché stavolta ero io a partorire loro, anzi a ridargli la vita che avevano dato a me.
Trasformò la sua stanchezza di vivere in un’acuta impazienza di morire.
Niente ferisce, avvelena, ammala quanto la delusione. Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita, cioè dal voltafaccia di qualcosa o qualcuno in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima di un’ingiustizia che non t’aspettavi, di un fallimento che non meritavi.
Carnoso signore
Era incominciata una tresca da far incanutire un calvo.
Chi vive nel Duemila, anzi nelle sconfinate e sgomentevoli licenze del Duemila, non può immaginare[…]
Non so piegarmi all’idea che la Vita sia un viaggio verso la Morte e nascere una condanna a morte.
Il tempo lo aveva maturato quanto un buon vino che invecchiando si libera delle sue scorie e cambia sapore.
Il male non sta mai da una parte sola, e chi lo combatte ne produce o ne produrrà a sua volta. Non di rado, nella stessa misura e con gli stessi mezzi.

Curiosità:

Alla fine dell’Ottocento solo le donne erano tenute a portare l’anello nuziale.
Garibaldi scrisse, dimettendosi da deputato: “Tutt’altra Italia io sognavo. Non questa, miserabile all’interno e vilipesa all’estero”
L’art.189 del Codice Civile in vigore a fine Ottocento proibiva le indagini sulla paternità
Fu Napoleone III a imporre all’Italia il trasferimento della capitale da Torino a Firenze.
Senza il consenso dei genitori, gli uomini non potevano sposarsi prima dei 30 anni e le donne prima dei 40.
Il castigo corporale a scuola fu imposto dalla Chiesa Cattolica come pena da infliggere agli alunni poveri che non potevano pagare le multe ricevute per cattivi voti o pessima condotta.
Nelle scuole elementari del primo Ottocento, nei primi due anni si insegnava solo la lettura. Si cominciava a scrivere in terza classe.
A chi denunciava i propri familiari, l’Inquisizione garantiva l’Indulgenza plenaria.
La tratta degli schiavi, in Africa, era incoraggiata dagli stessi capoclan autoctoni: le guerre servivano a procurarsi prigionieri e nei periodi di pace le vittime si procacciavano attraverso rapimenti nei villaggi o trappole nella foresta (le stesse utilizzate per la caccia di animali)