A spasso con Plutarco per la Roma imperiale

Le “questioni romane” di Plutarco

Sembra uno zibaldone, un quaderno di appunti, un brogliaccio scritto senza altro criterio che l’estro momentaneo: Plutarco, turista per caso, inserisce in un taccuino le curiosità e le stranezze comportamentali che allontanano dalla logica greca certi atteggiamenti dei romani, alcuni riti e miti di difficile decifrazione, liturgie complesse e stranezze muliebri.

Ne nasce l’ Aitia Romaikà, le Romanae quaestiones recentemente riproposte dalla Bur e caratterizzate da una impostazione catechistica e da una disattenzione allo stile insolita in Plutarco. Centotredici sono le questioni discusse, presentate in forma interrogativa, introdotte sempre da un “perché?” (dià ti) secondo la formula dubitativa cara al genere eziologico, che tanta fortuna ebbe nel periodo imperiale.

Alle domande, Plutarco non offre una risposta sicura. Si limita ad affastellare, sempre in forma interrogativa (“Forse perché?” Poteron oti?), opzioni possibili, storicamente fondate o riconducibili al buon senso, secondo quel procedimento di accumulo più che di vaglio delle fonti che caratterizza anche le Vite parallele.

La tentazione di considerare il libro come una sorta di schedatura di nozioni diverse da riutilizzare poi nella stesura delle altre opere è grande: non solo perché nella Vita di Romolo alcuni concetti dell’ Aitia vengono ripresi e approfonditi, ma anche perché l’apparente confusione dei dati non farebbe ritenere probabile un lavoro di revisione editoriale, sebbene in più passi Plutarco stesso citi l’aitia come un’opera autonoma.

A ricercare il filo di Arianna che lega questioni disparate è stato John Scheid, il quale, cartina topografica della Roma imperiale alla mano, ha dimostrato che i quesiti sono legati a luoghi simbolici dell’Urbe che si incontrano uno dopo l’altro percorrendo la Via Sacra e poi le mura fino al Foro Boario.

Plutarco avrebbe dunque compilato una specie di guida turistica all’interno di Roma, spiata con spirito “antropologico” e suggellata nelle scene e nelle consuetudini caratteristiche, considerate, dal punto di vista di un intellettuale scaltrito e curioso, irrimediabilmente barbariche.

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