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Il “don” del NON

Il ritratto di don Abbondio nel I capitolo de “I promessi sposi”

Il breviario che resta spalancato, l’inchino profondo ai malviventi, i buffi movimenti per simulare indifferenza verso i bravi, le gambe aggranchiate dopo il colloquio: la gestualità enfatica, di matrice clownesca, rende don Abbondio sempre protagonista sulla scena. Anche nel proseguo del romanzo, al suo apparire la tensione si stempera e il lettore si prepara ad una parentesi sorniona.

Eppure, quando Manzoni descrive il curato di campagna, abbonda nell’uso della litote. Don Abbondio è l’emblema del non essere; il suo comportamento si modula secondo il ritmo che gli interlocutori impongono, fedele all’ideale, strenuamente (e vanamente) perseguito, del vivere di nascosto, offrendosi il meno possibile agli aut-aut di un mondo violento e pericoloso.

Semplicemente, per Manzoni don Abbondio non è: “non era nato con un cuor di leone”,” un animale senza artigli e senza zanne”, “non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno”, “non aveva gran fatto pensato”, “una classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura”, “non è che non avesse” per citare solo le espressioni più celebri del celeberrimo passo.

Come il suo operato è la negazione dello spirito missionario (oggetto anzi di non pochi strali da parte di don Abbondio, che si fa forte con i deboli per annichilirsi di fronte ai prepotenti), così la sua descrizione si basa su ciò che manca, perché è la mancanza (di sicurezza, di tranquillità, di moralità) la vera costante del suo agire.

Le metafore belluine che lo lumeggiano proiettano il personaggio e il contesto in cui si muove verso una società ferina in cui ogni uomo è lupo per l’uomo e ogni legge ha in sé i germi della sua disapplicazione. Prima ancora che sia teorizzata da Darwin, don Abbondio fa sua la legge del più forte con una coerenza e una disperazione tali da suscitare più che disprezzo compassione, più che compassione simpatia.