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Le Idi di Marzo al vaglio della scienza

I RIS indagano sulla morte di Giulio Cesare

Una potente iconografia cristallizza gli ultimi istanti di Cesare: il grande stratega, l’invitto generale soccombe alla vile congiura senatoria e irrora con il suo sangue la statua del suo nemico storico, di quel Pompeo che proprio alle Idi di un Marzo non troppo lontano aveva ricevuto l’inedita carica di consul sine collega e, con essa, la fiducia del patriziato romano.
La magniloquenza del racconto di Plutarco, che presenta l’evento come fatidico, ineluttabile, ha trasmesso inalterato nei secoli l’evento.
Recentemente, però, uno studio condotto dai RIS di Parma su commissione della BBC riformula la dinamica e soprattutto la logica degli eventi, con esiti a mio avviso convincenti.
Il principio di fondo, accertato con abili simulazioni tridimensionali, ma effettivamente intuibile anche logicamente, è che Cesare non potè morire per mano di ventitrè senatori diversi: intorno a lui potettero agire cinque o sei uomini al massimo. Ipotizzare un assembramento maggiore significherebbe accettare una Babele di lame che colpiscono all’impazzata, di corpi che cadono nella foga, di ferite sul dorso di altri congiurati. Del resto, gli assassini, nella concitazione dell’atto, avranno probabilmente trafitto ripetutamente e acriticamente, per una sorta di coazione a ripetere, se è vero, come sostiene Svetonio, che solo un colpo fu effettivamente letale.
I congiurati sciamarono in festa, esultando per il tirannicidio, salvo poi fuggire disordinatamente quando la freddezza della folla gelò il loro entusiasmo.
Come è possibile che Cesare, vincitore di mille battaglie, sia stato irretito e annientato da questi mediocri improvvisatori, che non seppero congetturare neppure un piano di fuga e che non furono neppure in grado di mantenere il segreto sulla loro congiura, se è vero che mille presentimenti, intuizioni e delazioni misero in allarme il divo Giulio, che addirittura morì stringendo fra le mani il foglio con cui lo si rendeva edotto della congiura?
Solo, senza scorta e senza armi in un ambiente a lui ostile, Cesare si offre ai suoi nemici come una vittima sacrificale: fu dabbenaggine? O, come suggeriscono in Delitti e misteri del passato Luciano Garofano e i suoi collaboratori, fu un’abile strategia? Cesare era malato, profondamente malato. L’epilessia lo tormentava: emicranie, gastriti, incubi ricorrenti erano compagni delle sue giornate, ogni giorno più presenti, più prepotenti. Davanti a sé due scelte: una vecchiaia tremebonda e sofferente e lo splendore dell’eternità.
Il suicidio non era praticabile, pena il discredito eterno e, quel che è peggio, forse l’annullamento delle sue volontà testamentarie. Il buen retiro di Silla era da escludere. Rimaneva la morte gloriosa, sul campo contro i Parti o per mano di un nemico occulto, strisciante: quell’oligarchia da lui a più riprese provocata e umiliata (la corona di lauro sul capo, la statua equestre, il favore popolare erano tante gocce che andavano a colmare un vaso di angherie).
Provocandoli fino all’assassinio, Cesare ottenne contemporaneamente sul suo capo l’aura di martire, su quello dei nemici il discredito e la vergogna, su Ottaviano il crisma della successione.
Forse che, orchestrando la propria morte, Cesare abbia pianificato la sua vittoria più grande?