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Dove tu Gaio, io Gaia

Alle radici di una formula nuziale dolcissima (Plut. Quaest. Rom.30)

Non è un matrimonio d’amore quello che lega i giovani greci e romani. Genitori accorti hanno deciso fin dalla nascita a chi destinare la loro prole, quali patrimoni legare, quali parentele stringere o rinsaldare.
Pedine delle ambizioni sociali ed economiche delle loro famiglie, i ragazzi si aggiogano comunque volentieri al rito sacro, che sancisce definitivamente il loro ingresso nella vita sociale e la loro autonomia nel mondo. La fanciulla che lascia la casa paterna pronuncia davanti al marito una formula in apparenza dolcissima: “Dove tu Gaio, io Gaia”, che cela una promessa inequivocabile: “Io sarò quel che tu vuoi”.
E’ Plutarco, paradossalmente, un autore greco, l’unico a tramandarci (nel trentesimo capitolo delle Questioni Romane) questa frase rituale nel mondo romano, dimostrandoci, tra l’altro, che non è amore, ma sottomissione, il sentimento che spinge la moglie (ma non il marito) a pronunciarla.
Una nuora di Tarquinio Prisco, poi, Gaia Cecilia ( Plinio sostiene che si tratti invece proprio di Tanaquilla, la consorte del re, che romanizzò il proprio nome etrusco all’arrivo a Roma) fu considerata emblema di doti muliebri e il riferimento al suo nome potrebbe essere benaugurale.
Plutarco scrive infatti, nella sua caratteristica formula catechistica:

Διὰ τί τὴν νύμφην εἰσάγοντες λέγειν κελεύουσιν «ὅπου σὺ Γάιος, ἐγὼ Γαΐα »;
Perchè, accompagnando la sposa, la costringono a dire: “Dove tu Gaio, io gaia”?

Πότερον ὥσπερ ἐπὶ ῥητοῖς εὐθὺς εἴσεισι τῷ κοινωνεῖν ἁπάντων καὶ συνάρχειν (καὶ τὸ μὲν δηλούμενόν ἐστιν « ὅπου σὺ κύριος καὶ οἰκοδεσπότης, καὶ ἐγὼ κυρία καὶ οἰκοδέσποινα· » τοῖς δ´ ὀνόμασι τούτοις ἄλλως κέχρηνται κοινοῖς οὖσιν, ὥσπερ οἱ νομικοὶ Γάιον Σήιον καὶ Λούκιον Τίτιον, καὶ οἱ φιλόσοφοι Δίωνα καὶ Θέωνα παραλαμβάνουσιν);
Forse perchè subito dopo i riti (la sposa) va ad avere in comune tutto e a governare insieme (al marito) e il significato è “dove tu sei signore e padrone, anche io sono signora e padrona!” e infatti anche altrove si usano questi nomi che sono antonomastici, come i legislatori prendono tutti il nome di Gaio Seio e Lucio Tizio e i filosofi quello di Dione e Teone?

Ἢ διὰ Γαΐαν Καικιλίαν καλὴν καὶ ἀγαθὴν γυναῖκα, τῶν Ταρκυνίου παίδων ἑνὶ συνοικήσασαν, ἧς ἐν τῷ τοῦ Σάγκτου ἱερῷ χαλκοῦς ἀνδριὰς ἕστηκεν; Ἔκειτο δὲ πάλαι καὶ σανδάλια καὶ ἄτρακτος, τὸ μὲν οἰκουρίας αὐτῆς, τὸ δ´ ἐνεργείας σύμβολον.
Oppure per Gaia Cecilia, donna bella e buona, che convisse con uno dei figli di Tarquinio e la cui statua di bronzo sta nel tempio di Sanco? Là anticamente c’erano anche i sandali e il fuso simboli l’uno della sua dedizione alla casa, l’altro dell’attivismo.

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