
Marco Malvaldi Il gioco delle tre carte Sellerio 2008 (pp.208)
Letto il 3 novembre 2008 Voto:8
Abstract: Al BarLume un brillante barista e un gruppo di arzilli vecchietti, dietro il paravento della partita a carte, passano al setaccio tutti gli avvenimenti del paese, Pineta, in un pettegolezzo toscano senza eufemismi e senza ritrosie. Qualche volta resta nelle maglie fitte della rete, un fatto criminale. I vecchietti fanno da polo dialettico, disturbante e negativo, in un contraddire minuzioso che però facilita la sintesi: corale ambientazione umana, provinciale e deliziosamente antiglobalizzata (lenta, perditempo, senza nessuna preoccupazione di efficienza mezzo-fine). Uno sfondo di commedia italiana, a dei gialli enigmistici la cui soluzione è affidata alla virtù del ragionamento e alla fortuna del caso. Nel gioco delle tre carte un esercizio di abilità e di elusione fornisce lo schema generico per risolvere un enigma criminoso consistente nel nascondere ostentando. Nel corso di un congresso, si trova ucciso un vecchio professore giapponese. La chiave pare sia in un computer che non contiene niente di significativo.
Breve commento:
Umorismo garbato e riflessioni accurate stemperano il tono solitamente teso proprio del genere. Più della complessa vicenda, con troppi addentellati ad informatica e matematica per essere perfettamente godibile, piace l’atmosfera gagliarda e scanzonata che si respira nel bar e nei pensieri del protagonista.
Frasi estrapolate dal testo:
La conclusione a cui erano arrivati, in sostanza, era che i precari della ricerca erano considerati dall’università e dal Ministero più o meno come la flora batterica intestinale: ovvero, dei parassiti. Parassiti buoni, si intende; necessari per il buon funzionamento dell’organismo (in quanto sono i precari quelli che stanno realmente in laboratorio), ma mantenuti in vita con le ultime risorse ingerite e, in ultima analisi, in una situazione oggettivamente di merda.
Dava l’impressione non tanto di una persona che si fosse vestita di sua spontanea volontà, ma di uno che fosse stato aggredito dai suoi stessi indumenti.
Gli uomini curiosi, spesso, sentono il bisogno di sfilarsi di dosso la propria esperienza, avvertendola più come una rigida armatura di abitudini che limita i movimenti che come una amichevole corazza protettiva, necessario usbergo contro le forze dell’Ignoto
Curiosità:
Nei congressi scientifici, gli assegnisti di solito non intervengono, ma viene organizzata per loro una “poster session” in cui ogni giovane esibisce un poster in cui spiega i caratteri salienti della ricerca a cui sta lavorando.
A Tokyo i bagni pubblici hanno la tavoletta del W.C. riscaldata.
Un lavoro noioso può tirare fuori il meglio di una persona. Non devi pensare a quel che fai, vai in automatico, e intanto il tuo cervello lavora. Quando ha elaborato la sua teoria della relatività, Einstein lavorava all’ufficio brevetti, Boll era un controllore e Bulgakov un medico condotto. Pessoa lavorava al catasto, Borges era un bibliotecario e Kavafis un impiegato della società acquedotti.

Benedetta Colella








