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Il professore di greco

Emilio Praga tra odio e disprezzo per la categoria

Come tutti gli scapigliati, Emilio Praga vuole stupire, rovesciare i luoghi comuni, millantare originalità e rifiuto di un passato che identifica con il suo tristo e triste professore di greco.
Tristo, perché tormentò di nozioni inattuali l’ allegria adolescenziale dei suoi studenti (“quasi odiar mi fece il divo Omero”), imponendo loro come calvario versi che sarebbero dovuti essere gioiosi.
Triste, perché, in balia delle sue polverose manie, non seppe godere la vita, ma rimase chiuso nel suo studiolo ad arrovellarsi in piccole beghe di famiglia e a “sentirsi affranto e avvelenato ormai dall’afa sempre uguale della scuola”.
Alla fine sul rancore vincerà la commozione per un’esistenza sprecata tra i libri e non vissuta nel giovanilistico disincanto che è la cifra della letteratura scapigliata.
Non sanno, i nostri studenti, quanto eros e pathos si celino nelle pagine a loro interdette della letteratura greca, non sanno come i nostri pomeriggi siano popolati di amici e di esperienze, perché chi ama il greco ama la vita, sempre.
Per questo, se una delle mie perversioni segrete non mi portasse ad amare il disfattismo nichilista degli scapigliati, mi piacerebbe rispondere a Praga, che morì di stravizi a trentasei anni, con l’apostrofe che gli rivolse il Croce (che invece non lo amava): “Tu, o Praga, non sei né un empio né un tormentato dal pensiero né un orgiastico né un ribelle. Tu non sei né fosco né terribile come la cattiva letteratura, di cui spesso ti cibi, ti lascia credere. Tu sei un pover’uomo!…Senza energia di pensiero e di volontà, oppresso dai vizi dai quali non sai distrigarti, attratto da ideali che non sai raggiungere e neppure con un po’ di sforzo perseguire, tu ci commuovi con la tua bontà di debole e malato”.
Insomma, Croce rimprovera al poeta esattamente le stesse debolezze di cui egli accusa il professore di greco di questa poesia:
Il lungo e magro professor di greco,
che quasi odiar mi fece il divo Omero,
fu stamane a vedermi al mio studietto.
La tavolozza mia si tinse a nero,
e io lasciando i pennelli con dispetto
il guatai torvo e bieco.

Ché all’entrar suo mi rientrò nel core
tutta la noia dei passati inciampi,
quando fanciullo pallido e sparuto
alle dolci anelavo aure dei campi,
e avrei pei gioghi del Sempion venduto
e Troia e il suo cantore.

Ma poi ch’io vidi l’uom, già in uggia tanto,
incanutito e sofferente e stanco,
l’antica bile mi fuggì dal petto,
e fissai mestamente il suo crin bianco;
egli abbracciommi coll’usato affetto
e mi sedette accanto.

Poi mi narrò de’ suoi lunghi malanni
e delle pene della famigliuola;
sentirsi affranto e avvelenato ormai
dall’afa sempre uguale della scuola,
che fin gli toglie il ricrearsi ai rai
del sole agli ultimi anni.

Indi guardando con occhio d’amore
la stanza piena di festa e di luce,
e le sparse mie tele e gli abbozzetti,
da cui la lieta fantasia traluce,
parea, che desto ai primi ardenti affetti,
chiusi non morti in core,

volesse dirmi: - Oh quanti nuovi lidi,
quanta stesa di cieli e di marine,
tu vedesti, e pur giovane sei tanto!
Ed io?… dei grami dì già presso al fine
che mai conosco di sì vago incanto?
Nulla, mai nulla io vidi!

Talor fra l’aure aperte e la verzura
la mia stanca vecchiezza si riposa,
quand’esco coi figliuoli alla campagna;
ma quell’ora di pace, ahi come vola!
Qual tristezza maggior non m’accompagna
poi fra le chiuse mura! -

Povero vecchio! - ed io fui crudo tanto
da attristargli la già misera vita?…
Sù, versi miei, seguitelo per via,
ditegli voi, che col greco è svanita
ogni rancura, e che quand’egli uscia
dalla mia stanza - ho pianto!