Questo sito contribuisce alla audience di

Non l'avesse mai incontrato!

La nutrice nel prologo della Medea (vv. 1/15)

Ghiaccio e fuoco, astenia e furia vendicativa si rincorrono nel cuore, nei pensieri, nei furori di una donna tradita.
Si alternano nell’animo offeso l’umiliazione, che schianta l’autostima, la voglia di razionalizzare, la stolta ed umanissima tentazione di ricominciare o almeno di annientare anche il ricordo, anche quella parvenza di amicizia che il traditore vorrebbe conservare per non sentirsi troppo ignobile.
Che cosa può fare un’amica, se non ascoltare, consolare, consigliare con convinzione prima, per convenzione poi? Quando ogni attimo della vita della coppia scoppiata è stato riesumato, vagliato, analizzato e vivisezionato, quando ancora l’oscillazione “odio-amore” è l’unico argomento possibile di conversazione, quando recriminazioni e lamenti diventano all’ordine del giorno, anzi del minuto…ecco, anche l’amica non ne può più.
Per questo, trovo geniale l’espediente utilizzato da Euripide per introdurre la Medea: a ripercorrere velocemente, caoticamente, le varie tappe della storia d’amore con Giasone sarà la nutrice, confidente esasperata dei dolori di Medea.
Il mancato rispetto di un ordine spaziotemporale nella narrazione, anzi gli insistiti hysteron proteron iniziali e il balzo in avanti quando compare Medea, come se gioia non ci fosse stata fra l’innaturale missione argonautica e l’attuale tradimento, dimostrano come la nutrice riferisca racconti interiorizzati e reinterpretati secondo la sola prospettiva di Medea. Giasone non compare se non come genitivo oggettivo prima e come beneficiario di “tutte le cose” da Medea. La sfiducia della anziana donna verso la gratitudine maschile è tale che, nella gnome del verso 15, invoca non la concordia, non l’amore, ma una “non belligeranza” come estrema salvezza in un rapporto familiare.
ΤΡΟΦΟΣ

Εἴθ΄ ὤφελ΄ Ἀργοῦς μὴ διαπτάσθαι σκάφος 
Κόλχων ἐς αἶαν κυανέας Συμπληγάδας͵ 
μηδ΄ ἐν νάπαισι Πηλίου πεσεῖν ποτε 
τμηθεῖσα πεύκη͵ μηδ΄ ἐρετμῶσαι χέρας 
ἀνδρῶν ἀρίστων. οἳ τὸ πάγχρυσον δέρας 
Πελίᾳ μετῆλθον. οὐ γὰρ ἂν δέσποιν΄ ἐμὴ 
Μήδεια πύργους γῆς ἔπλευσ΄ Ἰωλκίας 
ἔρωτι θυμὸν ἐκπλαγεῖσ΄ Ἰάσονος· 
οὐδ΄ ἂν κτανεῖν πείσασα Πελιάδας κόρας 
πατέρα κατῴκει τήνδε γῆν Κορινθίαν 10
ξὺν ἀνδρὶ καὶ τέκνοισιν͵ ἁνδάνουσα μὲν 
φυγῇ πολιτῶν ὧν ἀφίκετο χθόνα͵ 
αὐτή τε πάντα ξυμφέρουσ΄ Ἰάσονι· 
ἥπερ μεγίστη γίγνεται σωτηρία͵ 
ὅταν γυνὴ πρὸς ἄνδρα μὴ διχοστατῇ. 

Nutrice

Magari la nave di Argo non fosse mai volata attraverso le Simplegadi cerulee verso la terra dei Colchi e non fosse mai caduto, tagliato, il pino nelle valli del Pelio e non si fossero fornite di remi le mani degli uomini più valorosi che andarono per Pelia in cerca del vello d’oro. La mia padrona, Medea, non avrebbe navigato verso le torri della terra di Iolco, colpita nel cuore dall’amore di Giasone; né, dopo aver convinto le figlie di Pelia ad uccidere il padre, avrebbe abitato questa terra corinzia con il marito ed i figli, piacendo ai cittadini di cui aveva raggiunto, in fuga, la terra, e lei stessa offrendo tutto a Giasone; che grandissimo sollievo c’è quando una moglie non sta ai ferri corti con il marito.