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Omero nel Baltico

Epopee scandinave riprodotte nei libri omerici? L'ipotesi di Felice Vinci

L’altro ieri, su La7 Valerio Massimo Manfredi concionava su Atene.
Oggi, su Rai3 Roberto Giacobbo si è lanciato in fantasiose interpretazioni sull’esatta geografia omerica.
Proprio non si può dire che i media non prestino attenzione al mondo classico: hanno captato quanto la suggestione del passato possa distrarre dalle insoddisfazioni del presente e cominciano a reinvestire sulla civiltà latina e greca, anche se, nella smania di attualizzare, capire, svelare complotti e risolvere misteri presunti, spesso snaturino la storia e ignorino la filologia.

Proprio stasera, il servizio di apertura di Voyager, preannunciato e quasi urlato nei promo degli scorsi giorni, si è incentrato su un ormai datato (1995) saggio dell’ingegner Felice Vinci che, folgorato dalla sua esperienza scandinava, ha voluto ravvisare nella topografia e nella toponomastica norriche il teatro della guerra di Troia.

Non mi dilungo sulle ragioni della curiosa ipotesi, discusse con chiarezza in http://it.wikipedia.org/wiki/Omero_nel_Baltico e recensite in http://www.estovest.net/letture/omero.html

Le coincidenze onomastiche su cui fa perno l’ipotesi mi sembrano facilmente archiviabili, in quanto si riferiscono a denominazioni puramente fisiche: l’isola lunga, lo scoglio aspro, il gorgo micidiale, l’ampio mare sono appellativi adattabili a gran parte dei luoghi europei. Con un po’ di fantasia, qualunque terra al mondo può soddisfare qualcuno di questi requisiti.
Determinante, poi, il fatto che i nomi che hanno acceso l’interesse dello studioso hanno origine vichinga e sono quindi lontani un paio di millenni dagli eventi narrati.
Dirimente, l’ovvia constatazione che, colmando, con la traslazione al Baltico, talune incongruenze geografiche, se ne creano contemporaneamente delle altre, ugualmente insolubili, come sempre succederà se ci ostiniamo a considerare Omero un cronista fededegno e non un poeta o almeno un redattore tardo che descrive una geografia dell’anima.

Non abbiamo la possibilità di tracciare la carta geografica sottesa agli eventi omerici: lo scorrere del tempo, i terremoti, le glaciazioni e le contingenze meteorologiche hanno inciso profondamente il territorio, offrendocelo oggi totalmente modificato.
Rassegnamoci: Troia e gli eroi achei vivono solo in quei versi immortali.

Commenti dei lettori

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  • Alberto

    23 Nov 2008 - 01:46 - #1
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    Gentile Benedetta, sono Alberto Majrani, il giornalista scientifico che ha scritto il saggio “Ulisse, Nessuno, Filottete”, che si basa proprio sull’ampliamento, la rielaborazione e la correzione delle teorie espresse da Felice Vinci ( puoi trovare un riassunto sul mio sito www.filottete.it ). Ho l’impressione che tu non abbia letto l’Omero nel Baltico, visto che parli della edizione del 1995 e non dell’ultima (la quinta, appena uscita) che ha la bellezza di 702 pagine, e che riporta non solo i dati geografici, ma un’infinità di altri elementi, di tutti i tipi, a favore; tanto che tu dici che i toponimi sono di origine vichinga, quando molti di essi sono documentati già in epoca molto più antica; oppure dobbiamo pensare che i Vichinghi non avessero niente di meglio da fare che andare in giro a fondare centinaia di città e paesi battezzandoli con i nomi tratti dall’Iliade e dall’Odissea ? E perché mai? Forse che il fascino dei versi di Omero perderebbe di valore se si scoprisse che non era greco, ma era un nordico come Goethe, Ibsen, Andersen e tanti altri grandi scrittori, e che le sue storie hanno una coerenza e una logica molto maggiore di quanto i grecisti hanno finora pensato? Solo perché bisogna a tutti i costi piazzarlo in Grecia, anche a costo di calunniarlo continuamente con frasi tipo “Omero era un poeta e non un geografo”, “Ogni tanto dorme il buon Omero”, o infine che esiste una “questione omerica” che si trascina da millenni e che però non si sa come risolvere? Ebbene, se andate a leggervi il mio libro e quello di Vinci, scoprirete che la questione omerica si può risolvere molto facilmente, a patto di liberarsi dai propri pregiudizi. Ma questo è veramente difficile.
    Cordiali saluti
    Alberto Majrani

  • Profilo di lawagetas

    lawagetas

    27 Apr 2009 - 11:35 - #2
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    La teoria del Vinci e’ stata piu’ volte smentita in varie conferenze e forum di interesse archeologico. Non è che facendo uscire nuove edizioni e spostando più o meno arbitrariamente le gesta omeriche in Scandinavia, tale teoria ne esca rafforzata. I capitoli aggiunti nelle varie edizioni, non danno nessun valore aggiunto dal punto di vista scientifico/archeologico alla teoria. Così com’è concepito, Omero nel Baltico potrà avere un suo seguito di aficionados tra i cultori dell’esoterismo, della fantarcheologia, dei culti misterici, ma ben difficilmente convincerà chi veramento conosce l’argomento del modo Miceneo, dell’eta’ del bronzo e della questione omerica e convincera’ ancor meno qualche facoltà di archeologia a prendere la vanga e a scavare.
    Omero nel Baltico è un guazzabuglio senza metodo, nel quale si procede per accumulo di “indizi” che in sé non significano nulla, essendo applicabili a quasi tutte le civiltà antiche.
    le “forzate” assonanze linguistiche, sono appunto “assonanze”, che possono impressionare solo chi non conosce la filologia. Per esempio ritenere Hogoyggj assonante con Ogigia è del tutto fuorviante, come sa chi conosce le regole fonetiche del norreno.
    Ci sono altre “strampalate” teorie circa la presunta collocazione dei poemi omerici (In Inghilterra, nella penisola Iberica…) tutte apparentemente ben motivate ed agli occhi nei profani (la maggior parte dei lettori e del pubblico televisivo) credibili…va da se che tutte non possono essere vere!!!
    Ed infatti ad una vera meticolosa ed accurata analisi nessuna di queste lo e’.

    Per dettagliate analisi circa l’inattendibilita’ e le notevoli e numerose incongruenze/errori della teoria vinciana:

    http://www.saturniatellus.com/portale/viewtopic.php?p=30692

  • Alberto Majrani

    16 May 2009 - 12:38 - #3
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    Salve, sono ancora Alberto Majrani, autore del saggio “Ulisse, Nessuno, Filottete” e del sito www.filottete.it.
    Desidero segnalare che , oltre che su Limes, la teoria di Vinci è stata pubblicata su alcune altre riviste culturali di notevole importanza, come per esempio Prometeo di marzo 2009, tutt’ora in edicola, e su Archeo di gennaio 2009, sotto forma di lettera con relativa risposta che includeva un ampio riassunto della teoria, e la promessa di approfondire la questione. Considerato l’elenco dei nomi dei componenti il comitato scientifico delle riviste, non mi pare che queste possano essere considerate confutazioni definitive della sua idea da parte del mondo accademico, al contrario. Inoltre Vinci viene continuamente chiamato ad esporre la sua tesi in sedi universitarie, circoli culturali e licei classici. Possibile che siano tutti dei bietoloni ingenui?
    Io non sono un filologo, sono un uomo di scienza che cerca di esaminare i FATTI e le cose esistenti, valutando le varie possibili spiegazioni e cercando quella più razionale, e se non va bene cercandone una nuova. Ed è un fatto che i filologi non siano per niente d’accordo su tutto quello che riguarda Omero, tanto da aver coniato il termine “questione omerica” per indicare tutte le infinite diatribe su chi cosa come dove e quando. Come scrive Giulio Giorello nella prefazione al mio libro, “la questione omerica è diventata un labirinto, non meno complesso di quello che si immagina architettato da Dedalo”. Anche certe affermazioni, che sono state prese per buone per molto tempo, non sono altro che una serie di supposizioni, suffragate da prove molto poco… probanti. Detto questo, veniamo al dunque. Ci sono fior di filologi che stanno sempre più prendendo sul serio le idee di Vinci, spesso dopo averle snobbate a lungo.
    Quanto alla lunga dissertazione riportata sul link, che conoscevo già, essa non mette in crisi la parte fondamentale della teoria, che cioè i poemi omerici siano delle saghe nordiche giunte in Grecia lungo la via dell’ambra. Lo stesso Vinci afferma più volte che le coincidenze dei nomi, che sono tantissime, vanno considerate con molta cautela. Oltretutto mi pare che, nella smania di confutare, vengano fatte anche alcune affermazioni che mostrano la non conoscenza dell’Odissea: dire che Omero non parla mai di foche è sbagliatissimo, basta leggersi il IV libro (l’episodio di Proteo) per rendersene conto. Qui le foche si stendono al sole a mezzogiorno nell’isola di Faro; se lo facessero nella Faro mediterranea, alla foce del Nilo, rimarrebbero ben presto stecchite dal caldo. Non così nella Faro baltica.
    Nel mio saggio, che Benedetta Colella (grecista e filologa) ha recensito in due articoli su questo sito, mi sono anche preso la briga di svolgere un’ampia analisi critica delle varie teorie sulla geografia omerica, incluso quella di Vinci, e di correggerne parecchi punti. Scusate se mi … cito addosso, ma ecco per esempio cosa scrivo a pagina 123 : “Affrontiamo ora l’altro grosso problema: la datazione del XVI secolo per l’arrivo della mitologia e dell’epos omerico. In effetti, Vinci ha sempre detto che essendo il mondo omerico più arcaico del mondo miceneo, le vicende dovevano essersi svolte prima. Ma questo non è affatto necessario! In molte cose il mondo baltico era rimasto comunque più arcaico del mondo greco! Il peggioramento del clima ebbe l’effetto di “congelare” anche lo sviluppo delle società nordiche. L’età del ferro nel Baltico è cominciata intorno al VI secolo a.C., quindi non c’è da stupirsi se le armi descritte da Omero sono di bronzo. I poemi potrebbero essere arrivati anche poco prima della fine dell’ottavo secolo, quando ci sono le prime tracce scritte in Grecia….”. E ancora “In questo modo non c’è più neanche la necessità di immaginare un lungo periodo di tradizione orale, oltretutto con un bellicoso “medioevo” in mezzo, prima che i poemi fossero messi per iscritto: tutto può essere avvenuto pochi anni dopo l’arrivo del cantastorie Omero, o di qualcuno della sua “scuola”, in Grecia. A questo punto persino la presenza nelle parti finali dell’Odissea di armi di ferro potrebbe essere pensato come un “aggiustamento” fatto dopo l’arrivo di Omero in Grecia, e dopo che aveva conosciuto l’uso del ferro”.
    In base a queste e ad altre considerazioni tutte le incongruenze si risolvono in un colpo solo, e ci si rende conto di come i poemi omerici diventino improvvisamente molto più realistici e assumano una sorprendente coerenza: il buon Omero non dormiva affatto!
    Già, perché è proprio questo il problema: mentre sia io che Vinci riteniamo che Omero fosse un genio, per molti grecisti non è così, e pur di difendere a spada tratta la “Grecità” dei poemi, i cosiddetti amanti di Omero non esitano a ritenerlo un povero babbeo che non sapeva neanche di che cosa parlasse o scrivesse. Contenti loro, ma valli a capire…

  • amleth

    24 Sep 2009 - 14:01 - #4
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    Un saluto a tutti

    Innanzitutto devo premettere di essere stato molto colpito dalla lettura di Omero nel Baltico e di essere propenso a dar credito almeno ad una parte dei suoi ragionamenti. Dichiaro quindi onestamente di essere più favorevole che contrario alle sue tesi.
    Detto questo ho letto con molto interesse le critiche e le obiezioni elencate in questo sito e in altri che ho trovato in rete,
    Devo dire che la critica che trovo più pesante e per ora difficilmente controvertibile e quella sulla mancanza di una civiltà del bronzo in Scandinavia nell’epoca indicata da Vinci e quindi dell’impossibilità di collegare gli Achei descritti da Omero con la civiltà della ceramica ad alveoli.
    L’unica obiezione logica che mi verrebbe di formulare è che Omero, o il pseudo Omero come vogliamo chiamarlo, nella sua opera descrive accadimenti di un tempo di antichità non ben precisata ma che potrebbe aver “rivestito”, per così dire, di orpelli e strumenti tipici di un’epoca a lui più vicina e familiare. Non è detto, per dire, che Achille ed Ettore non combattessero con armi esclusivamente in pietra levigata e che poi la storia non sia stata in parte attualizzata dal poeta.
    In ogni caso ulteriori scoperte archeologiche potrebbero superare questa obiezione che per ora rimane la più concreta, oppure si potrebbe spostare a un periodo un po’ più recente la datazione del Vinci.
    Quanto alle atre non mi sembrano così esiziali.
    1) L’indicazione di Plutarco. Su questo punto si possono assumere due posizioni; o si nega a Plutarco qualsiasi intento “storico-geografico” e si riduce il “De Facie” a pura operetta filosofica, e allora la discussione è chiusa. Oppure, e questa mi pare la posizione più interessante, si ammette che lo storico abbia voluto fornire ai posteri una notizia che era venuta a sua conoscenza chissà come. In questo caso si può pensare che, sembrando anche a lui inusitata e interessante, abbia voluto comunque tramandarla, pur non sapendo esattamente se fosse corretta, tantomeno nelle sue indicazioni geografiche. In altre parole Plutarco riferisce che ad una certa distanza dalla Britannia, in direzione del tramonto del sole, si trova, secondo alcuni, la famosa Ogigia, isola che anche per i suoi contemporanei doveva essere ormai di non facile collocazione. Non gli si può chiedere di più. E’ un indizio che però può metter sulla buona (forse) rotta.
    2) I toponimi. D’accordo, molti dei toponimi sono discutibili, come avverte lo stesso Vinci. Per esempio Mikines nelle Far Oer, che deriverebbe dal Norreno Miky-nes, e non ha niente a che fare con il proto greco. Però lo stesso Vinci distingue i toponimi in due tipi: quelli che hanno mantenuto il suono o l’assonanza ma hanno perso il significato, o quelli che hanno mantenuto il significato ma hanno perso l’assonanza. Tra i primi metterei appunto Mikynes e anche Hoggoygi, ma pure Tasinge; tra i secondi starebbe Langeland – Dulichios. Non ha senso quindi obiettare che non ci sono, ne ci sono mai stati, funghi alle Far Oer. Il nome “Roma” potrebbe voler dire “il posto sul fiume” ma sarebbe facile trovare una Roma in America che non si trova su un fiume. Probabilmente il riferimento ai funghi, se corretto, si riferisce alla città d’origine e potrebbe essere stato importato dai “micenei” alle Far Oer. Per fare altri esempi, di data più recente, chi potrebbe risalire dall’italiano “L’Aja” all’olandese “Den Haag” senza conoscere la forma intermedia francese “La Haye” da cui credo che derivi l’italiano? In questo caso certo non aiuta il significato della parola italiana o di quella olandese. Un altro esempio potrebbe essere Brooklin e “Broccolino” in cui il riferimento ai broccoli è fuorviante, ma anche l’inglese “Leghorn” che traduce l’italiano Livorno. Si sa bene che nel passato neanche tento lontano c’era l’usanza di storpiare i nomi stranieri. Si pensi all’italiano medievale “Giovani Acuto” che traduce l’inglese “John Akwood”. Se in norreno la desinenza “inge” significa “la gente di…” e non può derivare dal proto greco Tirin-thos, potrebbe però aver mantenuto il suono adottando un significato più intelligibile per i germani subentrati ai proto greci. E che dire comunque dei toponimi che si sono trasmessi praticamente identici? Faro, per esempio, o Jolkka. Per di più Faro scandinava e alla distanza giusta dalla costa baltica meridionale, dove Vinci situa l’ipotetico Egitto. E’ un procedimento arbitrario? Forse, se isolato da tutto il resto del saggio, però fa pensare.
    Si potrebbe continuare ma, come è stato giustamente osservato, per confutare o sostenere
    “Omero nel Baltico” bisognerebbe scrivere un libro altrettanto voluminoso.
    Vorrei però far osservare che, accanto ad un sano scetticismo, esiste una certa acrimonia contro le tesi del Vinci che tradisce la volontà di buttare via il bambino con l’acqua sporca.
    A merito del Vinci secondo me vanno ascritte molte osservazioni sul testo dei due poemi che non sono da poco. Per esempio la “scoperta” che la guerra descritta, originariamente, non durava affatto dieci anni ma qualche mese, dalla partenza delle navi al ritorno. Chiunque abbia letto attentamente il libro del Vinci, e l’Iliade, non può che convenirne. Poi ci sono le osservazioni interessantissime sui miti omerici che sono stati in seguito deformati in età classica, come Achille invulnerabile che non lo era affatto, i Centauri che erano semplicemente uomini coperti di pelli (per il gran freddo?) Bellerofonte che non ha mai avuto il cavallo alato, i due Dioscuri che non diventano Dei ma sono semplicemente già morti quando Elena ne parla.
    E il clima che è inequivocabilmente sempre freddo e perturbato. Ho controllato con un indagine statistica sul testo dell’Iliade e mai il mare appare calmo e soleggiato. E gli eroi che sono sempre intabarrati in doppi mantelli e pellicce? Le notti che gelano in piena estate?
    Ci sono poi le osservazioni sulle interpolazioni evidenziate nel caso del viaggio di Telemaco attraverso il Peloponneso, ma anche altrove. Oppure la scoperta che Omero usa le “Kennings” come le saghe nordiche. O addirittura i possibili errori di trasmissione del testo come nel caso delle “ninfe naiadi” o della “tomba della balzante Mirina”. Quanto alla geografia l’osservazione che il Maelstrom si attaglia perfettamente alla descrizione di Cariddi di Omero era già stata fatta dal Graves e non mi risulta che al mondo ci sia un altro posto con un fenomeno simile, tanto meno nel mediterraneo. Le chiacchiere su atlantide sono così campate in aria? Inviterei a leggere il piccolo saggio di Castellani sul tema. Per concludere vorrei spezzare un stecchino anche per la parte del saggio Vinciano che riguarda le navigazioni preistoriche. Esiste una teoria che spieghi come mai si ritrovano gli stessi miti indeuropei in Giappone o in Polinesia? Se non vogliamo ammettere che navigatori proto storici possano aver raggiunto, bordeggiando le rive di un mare artico sgombro da ghiacci, sia l’America che l’Asia e la Polinesia, che altro dobbiamo ipotizzare? Che l’umanità si porti dietro gli stessi miti da quando è uscita dall’Africa 60000 anni fa? Io preferisco la teoria del Vinci perché mi sembra meno azzardata. L’obiezione che le imbarcazioni non potevano reggere il mare non e plausibile (ricordatevi il Kon-Tiky). Noi sappiamo che i polinesiani hanno esplorato tutto il pacifico, raggiungendo Hawai e Nuova Zelanda, su imbarcazioni nelle quali Soldini non metterebbe mai piede nemmeno in porto. A me se dicessero di navigare su un guscio di noce sottocosta non sembrerebbe un’impresa impossibile ma se mi proponessero di prendere il mar Pacifico senza meta, fidando nella possibilità d’incocciare prima o poi un isolotto, direi “no grazie!” A proposito lo sapevate che in Polinesia esiste, o esisteva, un popolo di “Lapiti”? Io l’ho letto sul sito de “Le Scienze”.
    Per finire un’ultima notazione per chi dice che la teoria del Vinci non lo convince e poi confessa di non aver mai letto il libro. Secondo me, prima di criticare, bisogna leggerselo il libro.
    Saluti cordiali a tutti

  • anseatica

    02 Oct 2009 - 11:12 - #5
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    Sentito parlare di questa teoria per la prima volta lo scorso aprile, ho poi comprato il libro per mia madre e qualcosa ho letto pure io. E’ tutto molto interessante: all’utente intervenuto qui mostrando poca aperuta mentale ed una facile attitudine ad adagiarsi sul “già acquisito”, ricordo che la RICERCA esiste proprio per riaprire brecce nelle conoscenze ritenute spesso, con troppa facilità, insindacabili e forse mai del tutto verificate e per scoprire nuovi orizzonti in grado di dare una spiegazione al nostro mondo, per quanto possibile.
    A me la teoria pare stare in piedi: non ho lunghi studi di classicità alle spalle, ma se è vero che collocando Omero nel Baltico scompaiono tutte le vecchie incongruenze e non ne nascono di nuove… allora sono tutti punti guadagnati! Per quel poco di linguistica che conosco, vorrei inoltre mettere in evidenza come la toponomastica sia assolutamente sì un criterio da tenere in considerazione, nessuna parola e nessun toponimo sono nati e nascono per caso.
    Per finire, paiono perfettamente plausibili, forse già dimostrate, le diverse congruenze trovate fra Achei baltici ed Achei greci.
    Penso che se in futuro anche altri e più mirati scavi archeologici mostreranno reperti validi per questa tesi rivoluzionaria, allora bisognerà solo approfondire lealmente gli studi abbandonando ogni desiderio di restare ancorati alla tradizione. Further we must look!

  • D

    25 Dec 2009 - 19:16 - #6
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    Omero sempre e solo nell’Egeo. Al massimo gli archetipi delle narrazioni epiche greche, celtiche e indoarie possono rimontare all’epoca in cui gli indoeuropei abitavano la loro Urheimat sul basso corso del Volga. Le prove scientifiche ci sono e sono ampie e circostanziate (perfino la presenza di Paride-Alessandro re di Ilio nelle fonti Ittite). Solo chi fa letteratura sensazionalistica a buon mercato non le vede. Quanto all’Odissea, Jahn Puhvel ha da tempo dimostrato che è il poema di un re sacro semitico e minoico spostato dalla Mesopotamia di Gilgamesh all’Egeo e contaminato con tradizioni indoeuropee. Altro che Filottete!

  • Alberto Majrani

    27 Dec 2009 - 01:10 - #7
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    Ho l’impressione che questo signor o signora D non abbia neanche letto né il mio libro né quello di Vinci, visto che non c’è assolutamente nulla di scientificamente provato di una guerra di T. nell’Egeo (devo usare solo l’iniziale perché altrimenti il filtro antiparolaccia mi blocca il commento!). Anzi, gran parte dei nostri libri sono dedicati proprio allo smantellamento di tutte le idee sballate che circolano sull’argomento. A puro titolo di esempio, ecco un’altra citazione dal mio Ulisse, Nessuno, Filottete : “Per quanto ne sappiamo, l’Iliade e l’Odissea furono messe ufficialmente per la prima volta per iscritto nel sesto secolo avanti Cristo, all’epoca del tiranno Pisistrato. Gli eruditi del tempo provvidero a raccogliere e ad accorpare in due racconti organici le varie versioni dei poemi che giravano in Grecia a quell’epoca. Le prime testimonianze archeologiche che possono essere riconducibili a vicende narrate nei due poemi risalgono invece all’VIII secolo avanti Cristo.
    Il problema è che Omero descrive un mondo molto più arcaico di quello dell’ottavo secolo, e in molti casi persino della civiltà Micenea, che compare in Grecia intorno al XVI secolo. Le armi, tanto per cominciare, sono quasi sempre di bronzo, tranne che nelle ultime pagine dell’Odissea, mentre nel bacino mediterraneo l’età del bronzo era già finita intorno al XII-X secolo a.C., quando comincia a pieno titolo l’età del ferro. Anche il tipo di società appare più primitivo rispetto a quello che dovrebbe essere. C’è quindi un intervallo di alcuni secoli tra la presunta data della guerra di T., i primi reperti archeologici e la prima stesura per iscritto dei due poemi, il che ha indotto a pensare a un lungo periodo di trasmissione orale delle vicende, nonché a una stesura a più mani, ad opera di poeti di epoche diverse, dei poemi stessi. Strano però che non si trovi niente di scritto, dato che forme di scrittura (come la “lineare A” e la “lineare B”) esistevano già in Grecia ben prima dell’ottavo secolo, quando cominciò a diffondersi la tipica scrittura alfabetica. Le antiche scritture venivano usate più che altro per scopi amministrativi; si trova solo qualche nome di persona che rassomiglia vagamente a nomi di personaggi dei poemi, ma senza alcun riferimento ad avvenimenti relativi alla guerra. Ma le guerre costano e comportano uno sforzo organizzativo notevole: bisogna costruire navi, forgiare armi, ammassare vettovaglie per gli eserciti, mandare messaggi, stipulare alleanza, reclutare uomini, premiare i migliori combattenti, e infine spartire il bottino. Eppure, nonostante esistano migliaia di documenti burocratici, non si trova niente che possa essere in qualche modo collegato agli eventi descritti nell’Iliade o nell’Odissea. Per dare un’idea dei pochi reperti che si è cercato disperatamente di far quadrare con le narrazioni omeriche, c’è per esempio una tavoletta micenea che parla di una donna proveniente da To-ro-ja, che si tenta di far coincidere con T.; però non c’è modo di sapere cosa fosse (una città o una regione) e dove fosse questa località di To-ro-ja, e neanche di sapere se questa donna fosse una schiava, un bottino di guerra o vattelapesca cos’altro. Anche andando a cercare fuori dalla Grecia, tra i papiri egizi o altrove, non si trova nessuna testimonianza di quello che avrebbe dovuto essere il più importante conflitto dell’umanità: è come se i libri di storia contemporanea ignorassero completamente la seconda guerra mondiale. Ci sono a dire il vero delle tavolette ittite che parlano di una località di Wilusa, di cui era Re un certo Alaksandu; per cui si è tentato di identificare Wilusa con Ilio e Alaksandu con Alessandro, il secondo nome di Paride. Peccato che il padre di questo Alaksandu si chiamasse Kukunni, che non mi pare abbia molte assonanze con Priamo, e che il povero Paride non sia mai diventato re, visto che venne fatto fuori proprio dal nostro vecchio amico Filottete.” Mi sembra che siano ben altri quelli che fanno letteratura sensazionalistica a buon mercato, o no??

  • Teofilo Carlo

    12 Jan 2010 - 18:06 - #8
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    Gentile signora Colella, provi lei come ha fatto il Vinci ad incollare in qualsiasi parte del mondo come dice lei, eventi e luoghi omerici, poi ne riparliamo. Non credo che l’argomento possa essere liquidato, come si fa chiacchierando tra servette, senza argomentazioni e con una certa acredine, quella che esce quando le proprie certezze vengono messe in discussione. Veda, molte delle cose che diamo per assodate ed immutabili sono destinate, a modificarsi e a mutare, diciamo ad evolversi. In genere chi fa la critica deve vantare una maggiore competenza di chi pone le tesi, e se vuole bocciarle deve dimostrare con altrettanta intelligenza dove sono le incongruenze-
    Con simpatia, Teofilo

  • amleth

    14 Jan 2010 - 19:24 - #9
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    Oltre tutto bisogna considerare che lo scenario delle gesta omeriche va comunque situato in europa o nel mediterraneo o tutt’al più nel medio oriente, non certo in qualsiasi parte del mondo….
    Solo nel baltico a quanto sembra la geografia omerica quadra senza bisogno di stiracchiarla.

  • gian paolo cardelli

    11 Jan 2011 - 10:35 - #10
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    Salve a tutti, ho letto la quarta edizione del libro e, da profano, non do per scontato nulla. Mi limito pero’ a notare che i critici della tesi proposta NON si comportano in modo “scientifico”, a mio vedere, difendendosi dando per scontate cose che non possono esserlo: come si puo’ essere certi, per esempio, della collocazione mediterranea dei due poemi se non si sa nemmeno dove Omero e’ nato, dove e’ vissuto e dove e’ morto? se e quando se ne trovera’ la tomba un punto fermo ci sara’, ma fino a quel momento perche’ escludere ipotesi solo perche’ contrarie all’assuefazione indotta da secoli di teoria omologata? inoltre mi pare invece assodato che le popolazioni greche in qualche modo riconducibili ai poemi omerici (Achei, seguiti da Ioni, Dori ed Eoli, se la memoria non mi falla) siano di origine nordica: nessuno si e’ chiesto che lingua parlassero costoro, prima di scendere in Grecia? cosa e’ piu’ probabile: che dopo aver soggiogato le popolazioni stanziali abbiano buttato alle ortiche la loro lingua nativa ed abbiano aderito ad un greco nato e maturato in loco, oppure che il greco stesso sia stato “importato” in qualche misura da questi popoli? altro elemento che mi ha dato da pensare sul modo di criticare la tesi: il pesce. Nei poemi non si parla di un suo consumo a scopo alimentare, e secondo quanto ho letto in altro sito critico della tesi Vinci, sarebbe una prova a suo sfavore. A me pare invece l’esatto contrario: poiche’ il pesce e’ un alimento delicato e molto difficile da conservare e poiche’ il suo consumo in ambiente mediterraneo/greco dell’epoca e’ invece assodato, la sua mancata citazione nei poemi rende eventualmente piu’ plausibile una loro collocazione piu’ antica rispetto alla tradizione mediterranea, o sbaglio?
    Avrei altre considerazioni, ma non voglio dilungarmi: grazie per lo spazio concessomi ed a rileggerci.