Saper di non sapere: sembra uno scioglilingua, un nonsense, ma la profondità di questo monito ha accompagnato la ricerca scientifica ed umana dalla Grecia a noi, passando attraverso le cortine del tempo e dell’ignoranza.
L’episodio che dà vita a questa massima è narrato da Platone nell’Apologia di Socrate: pare che la Pizia avesse indicato Socrate come l’uomo più sapiente del mondo.
Impossibile, ribatteva il filosofo, conscio delle enormi lacune che limitavano il suo sapere.
Per più giorni, si dibatté nell’aporia: l’oracolo di Delfi era notoriamente inconfutabile, ma le prove della sua personale ignoranza gli sembravano lapalissiane.
Bisognava rivolgersi ai saggi veri, ai soloni che si riempivano la bocca nei tribunali e nei comizi. Un buco nell’acqua. Quante sciocchezze professavano con aria da intenditori, i politici di allora (di allora!?)
Forse dai poeti, che incantavano e commuovevano platee più nutrite con le loro pretese di immortalità, Socrate avrebbe ottenuto la soluzione al suo dilemma. Peggio ancora: i tronfi letterati distillavano il loro sapere come oro fuso, incorrendo spesso in errori interpretativi che avrebbero stupito nelle parole di un uomo comune.
Il filosofo, disperato, volle rivolgersi ad una categoria dei cui misteri era totalmente all’oscuro: gli artisti, che dal nulla forgiavano la bellezza, sembravano la quintessenza della saggezza. Sembravano, appunto, perché, al di là di qualche nozione tecnica, permaneva il solito difetto di presunzione. Così Socrate capì di essere davvero l’uomo più saggio del mondo, perché era l’unico ad aver ben chiari i propri limiti, l’unico, cioè, a sapere di non sapere.
Solo rimettendo sempre in discussione i propri principi, è possibile individuare e correggere gli errori e proseguire nel cammino della civiltà. A volte, però, le persone colte, proprio perché consapevoli di quanto ancora abbiano da sapere e da capire, sono spinte ad una continua rettifica e svalutazione del proprio operato, riducendosi addirittura all’inattività tormentosa.
Al contrario, l’abborracciatore di professione, il tuttologo di successo, sulla base di qualche notizia di terza mano sviluppa rapidamente una teoria e sa proporla con una convinzione del tutto estranea all’intellettuale più ponderato.
Per questo, mi sembra che la massima socratica debba essere integrata con questo significativo proverbio cinese:
Colui che sa di sapere, ascoltalo.
Colui che sa di non sapere, educalo.
Colui che non sa di sapere, sveglialo.
Colui che non sa di non sapere, sfuggilo,
Greco e Classici
Pubblicato
in: FILOSOFIA
Quanto conviene saper di non sapere?
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