
Prima che al furore della poesia sostituisse il pragmatismo della storia, Filippo Turati, allora ventenne, affidò alle rime il suo messaggio di ribellione popolare e di laicismo polemico.
Identificando in Epicuro il precursore e il mentore della lotta alla credulità medievale, incarnata nella chiesa, Turati gli rivolge una lunga allocuzione in endecasillabi a rima alternata, in cui si domanda quale reazione abbia avuto dalla tomba il filosofo che con la ragione sconfessò l’esistenza degli dei, quando Platone (il pensiero religioso per antonomasia) rinacque dal grembo della Madonna.
Stia tranquillo nel suo eterno riposo, il filosofo! Di nuovo sono state spente la vacua tirannia, le vane parole con cui la religione ha tenuto sotto scacco la ragione.
Peccato che, esaurita la pars destruens, condannato a morte il Verbo sacro, Turati invochi “Santo Epicuro” a sostituirsi alla gerarchia cattolica con lo stesso empito religioso che condannò ai seguaci di Cristo.
Ecco la significativa poesia, poi rinnegata dall’uomo politico.
Salve, o Veggente del buon tempo antico!
Di’, nei silenzi dell’avello nero
l’hai tu sentito il reo tempo nimico,
la lunga notte che coverse il vero?
Nel tedio de l’inospita oblivione
non han le tue reliquie trasalito
quando riaprì i fatali occhi Platone
e la vergin d’Jesse ha partorito?
Non t’hanno detto redivivi i numi
che tu del mondo relegasti fuori?
Non t’han detta la terra aspra di dumi
che tu pensasti liberal di fiori?
E la medieval bieca stagione
che incrudì tanto e che non cessa ancora?-
ma di’, non senti or su la tua prigione
foriero un soffio di novella aurora?
Sì, leva il capo, o Savio. E’ sfracellato
Geova dal maglio del pensier titano,
e il blando Cristo, il sognator malato
nel chiuso avello si dibatte invano.
Qui c’è un mondo che crepita trafitto.
Non senti? Il metafisico cibreo
-Dio, virtù, libertà, giustizia, dritto-
si rintana, perduto, all’Ateneo.
La voce è spenta degli avelli umani,
il peccato è una fisima idiota,
orgoglio ed umiltà son nomi vani
l’uomo rinnega l’angelo e la mota,
e sorge empio e redento: e al crollo osceno
de le fosche fantasime irridendo,
di Natura prorompe al nudo seno
felicità, felicità fremendo.
E una folla di mesti e di negletti
vuol la sua parte di sole e di gioia,
e una torma di pravi e di reietti
ha in man la scure e va gridando: Moia!
Risorgi, o savio del buon tempo antico,
la tua parola agli aspettanti invia;
è l’ora: il mondo scettico e mendico
si volge intorno e cerca del Messia.
Ch’io t’annunci, o Magnanimo, al dolente
che il Nazaren tradì popolo oscuro:
avvenga il regno della lieta gente,
avvenga il regno tuo, santo Epicuro!

Benedetta Colella








