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L'”Addio, monti” di Filottete

Sofocle parla al cuore di Manzoni e di tutti gli emigranti


Ti sentivi soffocare.
Quella casa, quelle strade, quella gente ti opprimevano con la loro avvilente quotidianità.
Sognavi ogni giorno di andar via, perché solo lontano da lì avresti potuto davvero dimostrare chi eri e quanto valevi.
Ora il momento è arrivato: neppure tu ci speravi, ma la grande valigia che ti trascini affannato ti è testimone muta e costante che un capitolo della tua vita si chiude. Che cos’è quel groppo in gola? Perché solo oggi ti accorgi della bellezza delle tue montagne, della sicurezza che ti trasmetteva una vita senza soverchi programmi.
Se, almeno una volta, salendo sul treno hai voltato malinconico la testa per sogguardare ancora la tua città (ah, il campanile dell’Annunziata, ago magnetico della mia fanciullezza!), leggendo le ultime parole di Filottete, le sentirai tue.
L’eroe greco, oggetto del più vile tradimento, quello dei sani che emarginano il malato, quello degli amici che ti illudono e, illudendoti, ti abbandonano, aveva odiato ogni centimetro dell’isola di Lemno. Nostalgia e vendetta si rincorrevano nel suo animo, il dolore fisico che lo macerava non era il più tormentoso dei suoi mali; la vera ossessione era tornare alla vita, alla società, riprendere il suo posto e umiliare chi lo aveva costretto a dieci anni di crudele esilio.
Eppure, quando, sgrovigliate le trame della tragedia di Sofocle, si prepara un anomalo lieto fine, Filottete si volge a guardare l’isola che lo imprigionò per tanti anni e dedica a lei parole struggenti, le stesse che, rimeditate più e più volte da Manzoni, furono, in maniera secondo me inequivocabile, concime per la splendida prosa dell’Addio, monti, che mutua da qui, se non i luoghi, gli accenti tragici e il senso complessivo di un dolente sentire.
Leggiamole insieme nella bella traduzione di Filippo Maria Pontani:

Ch’io saluti il paese, partendo da qui. Caverna, che fosti custode per me, acquatiche ninfe dei prati, addio, virile rintocco del pelago, e tu sporgenza, ove il capo protetto bagnai all’umida sferza del vento del Sud, e sovente mi giunse dal monte Ermeo, ove sovente mi giunse dal monte Ermeo un’eco di gemiti, che era la mia ripercossa voce in un mare di guai. Sorgenti, fontana d’Apollo, oramai io vi lascio, vi lascio, mi stacco da voi- un evento inatteso che mai non sperai. O suolo isolano di Lemno, addio, con un viaggio sereno sospingimi là dove adesso la Parca possente mi avvia, e il volere dei cari e chi questo compì, il dio d’ogni cosa padrone