
C’è nella drammaturgia greca un quid di rituale e sacro che si percepisce nell’atmosfera ed esula anche dalla potenza testuale. L’avevo sempre percepito, nei costumi essenziali, nella lentezza delle scene, nella possenza dei lamenti, nel ritmico altercare dei protagonisti.
Assistere ad una rappresentazione scenica ad Epidauro, teatro tra i meglio conservati della Grecia antica, deve essere un’esperienza irripetibile.
Un’estate di tanti anni fa, tra gli spettatori sedeva anche Jorge Luis Borges, forte solo della propria passione. La sua intensa fruizione, riportata in Atlante, l’ultimo dei suoi libri (1984), una raccolta di luoghi, personaggi e persone che lo emozionarono, è significativa e merita di essere letta per intero:
“Come chi vede da lontano una battaglia, come chi inspira l’aria salmastra e ode l’affanno delle onde e già presentisce il mare, come chi entra in un paese o in un libro, così due notti fa mi fu concesso di assistere ad una rappresentazione del Prometeo incatenato nell’alto teatro di Epidauro. La mia ignoranza del greco è completa come lo era per Shakespeare, tranne il caso delle molte parole elleniche che designano strumenti o discipline che ignorarono i greci.
All’inizio cercai di ricordare versioni spagnole della tragedia, lette ormai più di mezzo secolo fa. Dopo pensai a Hugo e a Shelley e a qualche incisione del titano legato alla montagna. Dopo mi sforzai di identificare qualche parola. Pensai al mito che è ormai parte della memoria universale degli uomini. Senza propormelo e senza prevederlo venni carpito dalle due musiche, quella degli strumenti e quella delle parole, il cui senso mi era vietato, ma non la loro antica passione. Più in là dei versi, che gli attori, credo, non scandivano, e della illustre favola, quel profondo fiume, nella profonda notte, fu mio”.

Benedetta Colella








