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Lisia: discorso per l'invalido (par.2)

Invidia e cattiveria dell'accusatore

La strategia difensiva dell’invalido acquista qui toni “mafiosi”: dopo aver tanto battuto, nel primo paragrafo, sul tema dell’invidia Lisia dimostra che non c’è nulla di stuzzicante nella povera, onesta vita di un uomo compianto da tutti. Nel dequalificare l’accusatore, si tratteggia così un quadretto di stima e solidarietà sociale da cui solo lui è estraniato (e per i greci chi non sa inserirsi nelle dinamiche della polis è un idiotes. E’ semplice capire quale sarà nel tempo l’evoluzione semantica della parola!)

[24,2] καίτοι ὅστις τούτοις φθονεῖ οὓς οἱ ἄλλοι ἐλεοῦσι, τίνος ἂν ὑμῖν ὁ τοιοῦτος ἀποσχέσθαι δοκεῖ πονηρίας;
E certo chiunque provi invidia per quelli che tutti gli altri compiangono, da quale bassezza vi sembra (persona )capace di astenersi?

εἰ μὲν γὰρ ἕνεκα χρημάτων με συκοφαντεῖ— εἰ δ᾽ ὡς ἐχθρὸν ἑαυτοῦ με τιμωρεῖται, ψεύδεται;
Se infatti mi calunnia per i soldi (è un pazzo)- Se mi accusa come mio nemico, mente.

Bellissima questa struttura retorica: la prima protasi è in sospeso, come se fosse tanto aberrante da non poter essere presa in considerazione (anche se l’indicativo di συκοφαντεῖ mostra tristemente che l’accusatore è capace di tutto). Le correlative μὲν e δ’ suggeriscono ironicamente che, qualunque sia la motivazione, l’accusatore mente.

διὰ γὰρ τὴν πονηρίαν αὐτοῦ οὔτε φίλῳ οὔτε ἐχθρῷ πώποτε ἐχρησάμην αὐτῷ
Infatti per la sua cattiveria non lo frequentai mai, né come amico né come nemico.

Anche qui continua il gioco retorico. La πονηρία, intesa come povertà, è rivendicata dall’invalido, ma è stornata, se intesa come crudeltà, verso lo stesso accusatore. La somma delle negazioni potenzia qui la percezione di distacco del povero, ma onesto invalido, rispetto all’avido, e cattivo, avversario.