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Lisia: orazione per l'invalido (par. 1)

Un esordio in grande stile.


Un attacco ex abrupto fulminante delinea subito i tratti dominanti dell’invalido, che si muove come su un palcoscenico e recita convincentemente la sua parte. L’accusatore, mai chiamato per nome, è un’ombra sullo sfondo rivestita ora di invidia, ora di crudeltà dalla sua vittima che, con l’aiuto di Lisia, si sta rivelando carnefice.
Ascoltiamolo, dunque, e analizziamo le sfumature lessicali che rendono giustamente celebre questa bella orazione:

[24,1] Ὀλίγου δέω χάριν ἔχειν, ὦ βουλή, τῷ κατηγόρῳ, ὅτι μοι παρεσκεύασε τὸν ἀγῶνα τοῦτον, εἰ πρότερον οὐκ ἔχων πρόφασιν ἐφ᾽ ἧς τοῦ βίου λόγον δοίην, νυνὶ διὰ τοῦτον εἴληφα.

Manca poco, assemblea, che io abbia gratitudine per l’accusatore, perchè mi montò quest’accusa, dato che, non avendo prima l’occasione per dare il racconto della vita, ora, per mezzo di costui l’ho carpita

Al saluto greco, chaire, si collega il χάριν del primo rigo, un ringraziamento che è anche un modo rapido per entrare in mezzo alla questione.Di solito, del verbo δέω si preferisce la forma impersonale, ma l’oratore non può rinunciare alla ribalta: una vita nell’anonimato si svela adesso nelle sue pretese di adamantina sincerità. L’accusatore παρεσκεύασε, verbo che indica il tentativo in atto, senza garanzie di soluzione (per le quali sarebbe stato più opportuno il prefisso κατὰ). La frequenza dei dimostrativi ben si attaglia alla questione: dall’alto della sua buona fede, l’invalido può indicare, e così animare, tutto ciò che lo circonda. Nota Cosattini che “l’umile oratore parla di sé, come se fosse un gran personaggio, cui premesse dar conto della sua vita: è un tratto di ironia sopra se stesso)

καὶ πειράσομαι τῷ λόγῳ τοῦτον μὲν ἐπιδεῖξαι ψευδόμενον, ἐμαυτὸν δὲ βεβιωκότα μέχρι τῆσδε τῆς ἡμέρας ἐπαίνου μᾶλλον ἄξιον ἢ φθόνου.

E proverò con il discorso a dimostrare che costui mente e che io ho vissuto fino a questo giorno una vita degna di lode più che di invidia.

La costruzione di ἐπιδεῖξαι con i due participi predicativi è propria di tutti i verbi di percezione: anche qui la complessa fraseologia è strumentale alla dimostrazione che è evidente, puramente sensoriale, l’innocenza dell’invalido. Se l’accusatore sia in buona o mala fede è ambiguamente lasciato all’interpretazione del lettore: se ψευδόμενον, come penso, è un medio, c’è del calcolo nella menzogna; se è passivo, è solo un atto di dabbenaggine questa causa.

διὰ γὰρ οὐδὲν ἄλλο μοι δοκεῖ παρασκευάσαι τόνδε μοι τὸν κίνδυνον οὗτος ἢ διὰ φθόνον

Per nessun’altra cosa mi sembra che costui mi abbia architettato questa accusa se non per invidia.

L’invidia è in poliptoto alla fine di due brevi frasi: il concetto, martellante e ripetuto, deriva da un colpo di scena: correlativo della lode, ἐπαίνος, è di solito il biasimo, ψόγος, che assona molto con lo φθόνος a cui vien data tanta rilevanza. L’ordine tradizionale delle parole è sconvolto, ad indicare pari confusione nell’accusato e a concedere posizione di rilievo in clausola al concetto molto ribadito dell’invidia.