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L'Ulisse di Borges

Il tema del doppio nella poesia “Odissea, libro vigesimo terzo"


Tutto si è compiuto.
Nella pace che segue la tempesta, dopo tanto sangue e tanta pace, Odisseo trova il sospirato riposo.
Jorge Luis Borges, che si fece sempre un cruccio di non conoscere il greco e che, invece, seppe penetrare nell’attenta rilettura delle traduzioni l’essenza del pensiero ellenico, si confronta con Ulisse, l’uomo dalle mille vite.
Nella pace dell’eroe, infine tornato ad Itaca, finalmente tra le braccia di Penelope, avverte una sorta di svuotamento di senso, percepisce l’incompiutezza, la precarietà del vivere e si domanda, in una bella lirica della raccolta “L’altro, lo stesso” (El otro, el mismo), chi sia il vero Ulisse e quanto del nostro passato sia ancora vivo in ciascuno di noi.
Vi ripropongo, sia in lingua originale sia in traduzione, il bel sonetto dedicato al penultimo libro dell’Odissea.

Odisea, libro vigesimo tercero

Ya la espada de hierro ha ejecutado
La debida labor de la venganza;
Ya los asperos dardos y la lanza
La sangre del perverso han prodigado.

A despecho de un dios y de sus mares
A su reino y su reina ha vuelto Ulises,
A despecho de un dios y de los grises
Vientos y del estrepito de Ares.

Ya en el amor del compartido lecho
Duerme la clara reina sobre el pecho
De su rey pero ?donde esta aquel hombre

Que en los dias y noches del destierro
Erraba por el mundo como un perro
Y decia que Nadie era su nombre?

« Ormai la spada di ferro ha compiuto
il dovuto lavoro della vendetta;
ormai i dardi crudeli e la lancia
il sangue dei perversi hanno versato.

A dispetto di un dio e dei suoi mari
al suo regno e alla regina è tornato Ulisse,
a dispetto di un dio e dei grigi
venti e della furia di Ares.

Nell’amore del letto condiviso
dorme l’illustre regina sul petto
del re, ma dov’è quell’uomo

che nei giorni e notti dell’esilio
errava per il mondo come un cane
e diceva che Nessuno era il suo nome? »