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Senofonte: il cavaliere che ritornò mal volentieri

L'autore greco fra vita e sogno nella rapidissima biografia di Eugenio Baroncelli

Il ritorno in auge di Senofonte, dovuto in parte alla rilettura che in “la legione perduta” ne ha fatto Valerio Massimo Manfredi, sancisce il trionfo dell’uomo di azione sull’intellettuale e dell’esperienza sull’immaginazione.
Eugenio Baroncelli, nel bel “Libro di candele” dedica allo storico greco una fra le più lunghe delle sue brevissime 267 biografie, introdotta in epigrafe da un verso di Kavafis “Devi augurarti che la strada sia lunga”.
Ve la ripropongo per intero: “Nacque in Atene, nel demo di Archia, verso il 430. Nel 402 sognò l’Asia. Dimenticata Atene, corse ad arruolarsi fra i mercenari che il tebano Prosseno andava radunando per sostenere la causa del principe Ciro, che anche lui faceva un sogno: scacciare il Gran Re Artaserse, suo fratello, dal trono di Persia. Cavaliere di ventura fra diecimila soldati di ventura, si mise agli ordini del generale spartano Clearco e raggiunse l’armata di Ciro in Mesopotamia, là dove quei due fiumi millenari, il Tigri e l’Eufrate, si avvicinano l’uno all’altro come gli amanti per creare un inconcepibile corridoio nel cuore del deserto. Qui, poco lontano dall’attuale Baghdad, i due eserciti fratricidi vennero a battaglia campale nell’autunno del 401. Coi suoi compagni si era battuto così valorosamente che quella sera tornò al campo convinto di aver vinto e solo l’indomani, giacché la sorte delle battaglie è ignota a chi le ha combattute, scoprì di aver perso. Quando clearco, attirato dal satrapo Tissaferne in un inconcludente negoziato, fu massacrato a tradimento con gli altri comandanti della spedizione, seppe anche che qui cominciava davvero il suo viaggio, la tortuosa ritirata che doveva condurlo fino al mar Nero e da lì a casa.
Vide pianure così sconfinate che nascondevano l’orizzonte. Vide montagne che sorpassavano le nuvole e lune che non si sono mai viste. Incontrò, sperduti fra le cime del caucaso, i barbari Mossineci, che fanno in pubblico quello che gli altri uomini fanno in privato. Se tornò greco, fu solo per somigliare al vagabondo Ulisse, che giura di bramare la casa e fa di tutto per non tornarci. Se alla fine in Grecia ritornò, fu solo per raccontare dove era stato.
Morì vecchio a Corinto, in compagnia di quella fedele nostalgia al contrario che lo faceva sognare di non essere a casa”.