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Stesicoro di Imera: cieco miracolato

L'interpretazione di Eugenio Baroncelli


Di Stesicoro non sappiamo nulla, neppure il nome.
Lo chiamiamo con il soprannome (che in greco vuole dire “ordinatore di cori”), lo facciamo attivo ad Imera, in Sicilia, nel VII o VI secolo a.C. e sappiamo dalla tradizione (senza naturalmente crederlo) che divenne cieco per aver valutato in maniera molto miope l’avventura di Elena.
La cecità come punizione e mezzo di riflessione ha incuriosito uno studioso contemporaneo, Eugenio Baroncelli, che nel suo bel “Libro di candele”, raccolta di microbiografie in cui personaggi noti e illustri sconosciuti convivono come nella quotidiana realtà, dedica qualche rigo al lirico greco, presentato in questo modo: “Patì o godette il destino delle sue opere perdute: finire non in quell’oblio, ma nel brusio delle leggende che fatalmente lo accompagnano. Una racconta che, accecato dai Dioscuri per aver calunniato la greca Elena, la cui onestà non era da meno della bellezza, nel poema che le aveva intitolato, riacquistò miracolosamente la vista, quando, pentito, lo riscrisse ristabilendo la verità: che quella che era fuggita a Troia con il barbaro Paride non era lei, ma un suo fantasma trapunto di nuvole impudiche”.