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Lisia: discorso per l'invalido (par.3)

Vanterie con sorpresa.


Il breve esordio si chiude, in questo terzo paragrafo, con il consolidamento dell’accusa di invidia e della paradossalità della situazione. Mi sembra quanto mai condivisibile la considerazione di Pierluigi Albini, secondo cui “sullo sfondo dei mormorii e dei pettegolezzi di una città, Lisia lascia libero sfogo al suo estro mimetico che gli permette di sorridere alle spalle di tutti, imputato compreso”

[24,3] ἤδη τοίνυν, ὦ βουλή, δῆλός ἐστι φθονῶν, ὅτι τοιαύτῃ κεχρημένος συμφορᾷ τούτου βελτίων εἰμὶ πολίτης.

Ora dunque, o giudici, è chiaro che è invidioso, perchè, pur essendo afflitto da una disgrazia del genere, sono un cittadino migliore di lui
Il colpo è da maestro: la forma personale δῆλός ἐστι permette il ricorso al participio predicativo φθονῶν, seguito a breve da un altro participio, κεχρημένος, stavolta congiunto e con valore consecutivo, riferito all’invalido stesso. Il verbo εἰμὶ, poi, intrappolato come è tra le due connotazioni positive βελτίων e πολίτης, inserisce appieno l’oratore nel contesto sociale della polis, che egli onora e da cui, quindi, ha diritto di essere protetto.

καὶ γὰρ οἶμαι δεῖν, ὦ βουλή, τὰ τοῦ σώματος δυστυχήματα τοῖς τῆς ψυχῆς ἐπιτηδεύμασιν ἰᾶσθαι.

E infatti credo, o giudici, che sia necessario che i difetti del corpo siano sanati dalle buone doti dell’animo.

Il καὶ enfatico prepara ad una sorpresa: l’incolto, il povero invalido si dà addirittura ad un riferimento filosofico, argutamente preparato dall’ennesimo vocativo per coinvolgere la giuria. Sostiene infatti Cosattini: “La motivazione sentenziosa assume un tono burlesco in bocca allo storpio che dice gravemente di seguire il principio attribuito a Pitagora: “preferisci di essere forte d’animo più che di corpo”. Interessante anche l’enfasi con cui, nell’antitesi corpo/anima, la bontà dell’operato dell’invalido venga sottolineata da un kalois pleonastico rispetto all’ ἐπιτηδεύμασιν, che già etimologicamente si lega al dolce, al buono.

εἰ γὰρ ἐξ ἴσου τῇ συμφορᾷ καὶ τὴν διάνοιαν ἕξω καὶ τὸν ἄλλον βίον διάξω, τί τούτου διοίσω

Se infatti avrò anche l’animo uguale alla disgrazia e condurrò una vita diversa, in che cosa mi distinguerò da questo?

Eccolo qui, il colpo di scena tanto annunciato: l’accusatore è visto suo pari, ugualmente bacato, ma nell’animo.